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Social networking and instant fulfillment

Dali Soft Watches[en]

The New York Times’s article Is Social Networking Killing You? quotes the neuroscientist Susan Greenfield telling the Daily Mail about social networking:

My fear is that these technologies are infantilizing the brain into the state of small children who are attracted by buzzing noises and bright lights, who have a small attention span and who live for the moment.

I already wrote about her in No identity and I appreciate her efforts in advising people about the inner transformations caused by technology.

When, in Brave New World by Aldous Huxley, the governor asked youths if they never faced a difficulty which couldn’t be overcome and had to endure a long time between a desire and its fulfillment, after some silence (during which the director started to become nervous while waiting), one of them confessed that once he had to wait almost four weeks before a woman whom he was attracted to conceded herself to him. The strong feeling associated with the waiting was “horrible” according both to the youngster and the governor, which the latter added that our ancient people were so stupid that, when the first reformers came to save them from those horrible feelings, they would reject them.

In Huxley’s Brave New World people were conditioned even before being born and life was engineered in such a way that every desire was satisfied in a short time. In case of unpleasurable feelings, there was soma, the perfect drug with no side effects.

The whole world of technologies revolves around avoiding idle time and silence. Waiting became equivalent to frustration and efficiency and speed are the qualities most cherished in technological fields. Internet technology brought the tendency to speed to new levels, which was already present in traditional media like radio or TV, where pauses or silences are consciously avoided. I don’t have a TV since a long time, but in the rare cases I do see it, I notice a progressive acceleration in editing and switches of context, with a drive to avoid vacant spaces, short though they may be.

The Internet experience, even though interactive, is even more extreme in this trend. Our attention is split between different applications which produce much input and flow of information which interact faster and faster with our clicks.

But the most fulfilling human experiences need a certain time to be internalized. To enter the flow of a dance, in making love and in meditation, time is needed. Looking for instant fulfillment is a childish peculiarity. The ability to hold and feel frustration is a gym to bring awareness to our feelings and to create a bigger container for them.

In one spiritual workshop I experienced the association between the activation of the shakti energy of kundalini and frustration. The activation of energy is modulated by the capacity to feel frustration and, staying in it without acting it out to discharge it.

In a certain way, meditation itself is an exercise in acceptance and awareness of frustration. There are few things as frustrating as sitting without doing anything and observing thoughts arising, sometimes trivial or boring, at other times associated with impatience or with feelings difficult to hold. Ecstatic states can be achieved during meditation as well, but, usually after that, some inner knots get melted in the form of awareness.

Technologies avoid reflective time and tend to minimize the gaps between a want and its fulfillment, causing irritation when there isn’t a quick response to our inputs, feeding the persistance of a childish attitude toward reality this way.

However, the quest for a null gap between a desire and its fulfillment reminds me of the condition described by spiritually realized people who, living in the “here and now,” don’t have any separation between what the mind desires and reality. There is a synchronization with reality, where the mind doesn’t filter any more what should be from what we want. Since there isn’t anybody any more who wants anything, the alignment with reality is total. Those states are not exclusive for enlightened people, but everybody gets a glance of them, even though for a short time. Somehow, looking for evermore speed at a technological level shows the need, limited to the mind’s plane, to enter the continuous flux which cancels frustration and desires themselves.

Anyway, on the mind’s plane, for as much as we can reach more speed (and if fact is the goal of most technological development), frustration is not going to disappear: rather, the quest for fulfillment becomes evermore greedy in a mechanism which reminds one of addiction. The mind, in itself, won’t ever have enough desires, information, or speed. Somehow the mind looks for the liberation of the desires/frustration couple, seeking immediate fulfillment, but finds instead reiteration and their multiplication.

See also:

Information Dopaminated

Taking away attention

Disembodying at broadband speed

Computer addiction as survival for the ego

Multitasking to nothing

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L’articolo del New York Times Is Social Networking Killing You? cita le parole della neuroscienziata Susan Greenfield al Daily Mail a riguardo dei social network:

Il mio timore è che queste tecnologie portano ad un’infantilizzazione del cervello in uno stato simile a quello dei bambini piccoli che vengono attratti da ronzii e da luci brillanti, con una scarsa capacità di concentrazione e che vivono al momento.

Avevo già scritto a riguardo della Greenfield in Senza identità ed apprezzo i suoi sforzi nel mettere in guardia sulle trasformazioni interiori causate dalla tecnologia.

Quando, ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley, il governatore chiese ai giovani se non avessero mai incontrato un ostacolo insormontabile e subire un  lungo intervallo di tempo tra la coscienza di un desiderio e il suo compimento, dopo un certo silenzio (durante il quale il direttore iniziò ad innervosirsi per l’attesa) uno dei giovani disse” Una volta dovetti attendere quasi quattro settimane prima che una ragazza ch’io desideravo mi si concedesse”. Il governatore quindi chiese “E avete provato, di conseguenza, una forte emozione?” “Orribile!” disse il ragazzo. “Orribile; precisamente” disse il Governatore. “I nostri antichi erano talmente stupidi e corti di vista che, quando vennero i primi riformatori e si offersero di salvarli da quelle orribili emozioni, non vollero aver niente a che fare con essi.”

Ne Il mondo nuovo di Huxley le persone vengono condizionate già prima della nascita e la vita era congegnata in modo che ogni desiderio venisse soddisfatto in tempi brevi. In caso di emozioni spiacevoli c’era a disposizione il soma, la droga perfetta senza effetti collaterali.

Tutto il mondo delle tecnologie è fatto per evitare i tempi morti e il silenzio. Attendere è diventato equivalente a provare frustrazione e la rincorsa all’efficienza e alla velocità sono le qualità più apprezzate in campo tecnologico. La tecnologia di Internet ha portato la tendenza alla velocità a nuovi livelli, già presente nei media tradizionali quali la radio o la televisione, dove vengono evitati  accuratamente le pause ed il silenzio. Pur non possedendo la televisione da tempo, nelle poche volte che mi capita di vederla noto un’accelerazione progressiva nell’editing e nei cambi di contesto, manifestando una volontà di evitare pause e vuoti, per quanto brevi siano.

L’esperienza su Internet, pur se interattiva, è ancora più esasperata in questa direzione. La nostra attenzione è divisa tra diverse applicazioni le quali producono parecchi input e flussi informativi che interagiscono sempre più velocemente con i nostri clic.

Ma le esperienze umane più appaganti richiedono un certo tempo per essere interiorizzate. Per entrare nel flusso della danza, del fare l’amore e della meditazione ci vuole tempo. La ricerca dell’appagamento immediato è una caratteristica infantile. La capacità di contenere e sentire la frustrazione è una palestra per portare consapevolezza alle nostre emozioni e per creare un contenitore sempre più ampio per queste.

In un workshop spirituale ho fatto esperienza dell’associazione tra l’attivazione dell’energia shakti della kundalini e la frustrazione. L’attivazione dell’energia viene modulata dalla capacità di percepire la frustrazione e di stare con questa senza agirla o senza scaricarla.

In un certo senso, la meditazione stessa è un esercizio di accettazione e di consapevolezza della frustrazione. Ci sono poche cose altrettanto frustranti che sedere senza far nulla ed osservare pensieri che emergono, talvolta banali e noiosi, altre volte accompagnati da impazienza o da emozioni difficili da contenere. In meditazione possono giungere anche stati estatici, ma solitamente dopo che si sciolgono alcuni nodi interiori al fuoco della consapevolezza.

Le tecnologie ci evitano ogni pausa di riflessione e tendono a minimizzare gli intervalli tra un desiderio e la sua soddisfazione, causandoci irritazione quando non c’è una risposta rapida ai nostri input, alimentando così il perdurare di un’attitudine immatura verso la realtà.

Ma la ricerca di un intervallo nullo tra un desiderio e il suo appagamento mi ricorda la condizione descritta dagli individui spiritualmente realizzati i quali vivendo nel “qui e ora” non hanno la separazione tra ciò che desidera la mente e la realtà. Ci si “sincronizza” con la realtà dove la mente non filtra ciò che è da ciò che dovrebbe essere, ciò che è da ciò che si vuole. Non essendoci più nessuno che vuole alcunché, l’allineamento con la realtà è totale. Questi stati non sono esclusiva di un illuminati, ma chiunque ne ha fatto esperienza, seppur per un breve tempo. In qualche modo la ricerca di velocità sempre maggiore a livello tecnologico manifesta il bisogno, limitato al piano della mente, di entrare nel flusso continuo che annulla la frustrazione e i desideri stessi.

Tuttavia sul piano della mente, per quanto si possa raggiungere velocità sempre maggiori (e di fatto è lo scopo della maggior parte dello sviluppo tecnologico), la frustrazione non è destinata a sparire, anzi, la ricerca di soddisfacimento diventa sempre più famelica in un meccanismo che ricorda la dipendenza. La mente, in sé, non ne avrà mai a sufficienza di desideri, informazioni, velocità. In qualche modo la mnete cerca la liberazione dall’accoppiata desideri/frustrazione cercandone la soddisfazione immediata ma trova invece la reiterazione e la moltiplicazione degli stessi.

Vedi anche:

Dopaminati di informazioni

La cattura dell’attenzione

Rendendoci incorporei a velocità di banda larga

La dipendenza da computer per la sopravvivenza dell’ego

Il multitasking: strafare per niente

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Awareness of feelings and Internet addiction

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CyberPsychology & Behavior has presented a study entitled “Alexithymia and Its Relationships with Dissociative Experiences and Internet Addiction in a Nonclinical Sample.”

Alexithymia causes difficulty in understanding, differentiating and communicating emotional states. It is not considered a clinical condition, but a personality trait, shared among more or less 7% of the population, with a slightly greater prevalence of males. The term is relatively recent, being coined by Peter Sifneos in 1973. The subjects usually lack imagination, have little intuition and scarce introspective capacities. One of the predominant characteristics on the relationship level is a limited capacity of having emotional connections with people since they are not able to see both in themselves and in others the shades of emotion, but just obvious ones of “feeling good” or “bad.”

As often happens in the fields of psychology and psychiatry, interpretations of the causes for alexithymia are divided between those who consider the genetic and neurochemical factors as predominant, and those who think that the reasons are to be searched for in psychological factors (for example, too-intensive emotional experiences which lead to defending oneself from them, or lack of recognition of the son’s or daughter’s emotions by the parent).

Another characteristic of alexithymics is an attenuated capacity of controlling their impulses, so much so that some of them discharge the tension caused by the unpleasant inner states by compulsive acts, such as abusing food or substances, or through distorted sexual behavior.

The authors of the study (Domenico De Berardis, Alessandro D’Albenzio, Francesco Gambi, Gianna Sepede, Alessandro Valchera, Chiara M. Conti, Mario Fulcheri, Marilde Cavuto, Carla Ortolani, Rosa Maria Salerno, and Nicola Serroni e Filippo Maria Ferro) worked on a sample of 312 students, identifying the factors associated with the risks of developing Internet addiction.

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CyberPsychology & Behavior ha presentato uno studio dal titolo (tradotto) “Alexitimia e la sua relazione con le esperienze dissociative e la dipendenza da Internet in un campione non clinico

L’alexitimia è la difficoltà a comprendere, a differenziare e comunicare gli stati emozionali. Non è considerata una condizione clinica, ma un tratto della personalità, condiviso da circa il 7% della popolazione, con una leggera prevalenza di soggetti maschili. Il termine è relativamente recente, essendo stato coniato da Peter Sifneos nel 1973. Questi soggetti di solito hanno una vita fantasiosa carente, poca intuizione e una scarsa capacità introspettiva. Una delle caratteristiche predominanti a livello relazionale è un’altrettanto scarsa capacità di rapportarsi emotivamente con il prossimo in quanto incapaci di vedere in sé e negli altri le sfumature emozionali al di là di quelle grossolane quali “benessere” o “malessere”.

Come spesso succede nel campo della psicologia e della psichiatria, le interpretazioni sulle cause della alexitimia si dividono in chi ritiene che i fattori genetici e neurochimici siano predominanti e in chi invece ritiene che le cause siano da trovarsi nei fattori psicologici (ad esempio, esperienze emotive troppo intense che hanno portato a difendersi da queste, oppure una mancanza di riconoscimento delle emozioni del figlio/a da parte dei genitori).

Un’altra caratteristica degli alexitimici è l’attenuata capacità di controllo degli impulsi, tanto che alcuni scaricano la tensione degli stati interiori sgradevoli con atti compulsivi quali l’abuso di cibo o di sostanze oppure tramite comportamenti sessuali distorti.

Gli autori dello studio, Domenico De Berardis, Alessandro D’Albenzio, Francesco Gambi, Gianna Sepede, Alessandro Valchera, Chiara M. Conti, Mario Fulcheri, Marilde Cavuto, Carla Ortolani, Rosa Maria Salerno, Nicola Serroni e Filippo Maria Ferro, hanno lavorato su un campione di 312 studenti, identificando i fattori associati con i rischi di sviluppare la dipendenza da Internet. E’ stato rilevato che gli alexitimici avevano più esperienze dissociative, una minore autostima, più disturbi di tipo ossessivo-compulsivo e un maggiore potenziale di sviluppare la dipendenza da Internet. In particolare, lo studio ha rilevato che la difficoltà nell’identificare le emozioni è associata in modo significativo ad un rischio più elevato di sviluppare la dipendenza da Internet.

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Google Lively is dead

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Google recently discontinued Lively, the Second Life-like project. Even though that’s only one out of many of Google’s projects, it’s symbolic of a turning point from representation to reality.

In 1978, Jerry Mander in Four Arguments for the Elimination of Television (Quill, 1978) wrote:

In one generation, out of hundreds of thousands in human evolution, America had become the first culture to have substituted secondary, mediated versions of experience for direct experience of the world. Interpretation and representations of the world were being accepted as experience, and the difference between the two was obscure for most of us.

Thirty years later, it is not just about America and not just about TV. The detachment from direct experience grew layers. The attitude of substituting reality with mental representation was also one of the causes of the current financial problems, which constructed the illusionary “wealth,” considering information flowing through the cables as real goods.

Affirming that nothing is real is true both on the neurophysiological and spiritual levels. We have all heard that, especially in the Eastern traditions, the world is “maya,” an appearance, or illusion. Also, one of the mantras of people who populate the virtual worlds is to question reality saying that “there is nothing real in reality” since our experience is in any case mediated by our senses and by our nervous system which, starting from the mechanism of vision itself, only interprets reality. Following this line of thought we can say that there’s no objective reality and perhaps there’s no reality too, since every experience is mediated by our nervous system.

There’s an apparent concordance between neuroscientists, technical creators of virtual worlds and spiritual teachers. All of them, in different ways, say that the world in an illusion.

Since the times of Buddha and Plato, that the world is our representation has been a philosophical, metaphysical, psychological and spiritual assumption much before science and technology came into our lives. Philosophers and mystics expressed this in a much more sophisticated way than any software environment or technocrat.

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Recentemente, Google ha chiuso Lively, il progetto ispirato a Second Life. Anche se questo era solo uno dei molti progetti di Google, il suo termine rappresenta un punto di svolta dalla rappresentazione alla realtà.
Nel 1978, Jerry Mander ha scritto in Quattro argomenti per eliminare la televisione (Quill, 1978; ed. italiana: Edizioni Dedalo, 1982):

Dopo centinaia di migliaia di generazioni, l’America, nello spazio di una sola generazione, è diventata la prima cultura ad aver sostituito l’esperienza diretta del mondo con suoi sostituti mediati e secondari. Interpretazioni e rappresentazioni vengono accettate come esperienze, e la maggior parte di noi ignora quale sia la differenza tra le due.

Trenta anni dopo, questo discorso non riguarda solo l’America e non è più solo relativo alla televisione. Il distacco dall’esperienza diretta si è fatto sempre più grande. La sostituzione della realtà con una rappresentazione mentale è anche stata una delle cause dell’attuale crisi finanziaria, perché ha creato una “ricchezza” illusoria dove le informazioni che attraversavano i cavi venivano considerate come beni reali.

Affermare che niente è reale è vero sia a livello neurofisiologico che spirituale. Tutti abbiamo sentito dire, in particolare nella tradizioni dell’Oriente, che il mondo è “maya”, apparenza e illusione. Inoltre, una delle posizioni ricorrenti delle persone che popolanoi mondi virtuali è mettere in dubbio la realtà affermando che “non c’è nulla di reale nella realtà”, poiché la nostra esperienza è in ogni caso mediata dai sensi e dal sistema nervoso i quali, a partire dal meccanismo stesso della visione, non fanno altro che interpretare la realtà. Secondo questo modo di pensare, possiamo dire che non esiste una realtà oggettiva e che forse non esiste nemmeno la realtà, in quanto ogni esperienza è mediata dal nostro sistema nervoso.

Tra i neuroscienziati, i tecnici creatori di mondi virtuali e gli insegnanti spirituali esiste un’apparente concordanza: tutti, in modi diversi, sostengono che il mondo è un’illusione.

È dai tempi del Buddha e di Platone, e anche prima di questi, ovvero molto prima che la scienza e la tecnologia entrassero nella nostra vita, che si parla del mondo come rappresentazione, a livello filosofico, metafisico, psicologico e spirituale. I filosofi e i mistici hanno espresso questo concetto in modo molto più sofisticato di qualsiasi ambiente software o tecnocrate.

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Mail Goggles

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Last week, Google Labs introduced a new service, Mail Goggles. This service is intended to

prevent many of you out there from sending messages you wish you hadn’t… By default, Mail Goggles is only active late night on the weekend as that is the time you’re most likely to need it.

Headlined “Stop sending mail you later regret,” Mail Goggles, when enabled, will ask you a few simple math questions “after you click send to verify you’re in the right state of mind,” in other words, preventing you from sending an email while drunk or in any other altered state of mind.

Google, in addition to being motherly, feeding us with almost infinite information, now seeks to acquire a paternalistic role for itself by helping us in regulating and setting our limits. This simple software starts as usual in an innocent and low-profile manner, but marks the beginning of an intervention regarding our intentions and inner lives.

It would be interesting to know if Google keeps a record of our test results and what they would do with that information: show advertisements about alcohol addiction recovery or food supplements to protect from alcohol toxins?

The idea in itself is not bad. The time spent to solve a simple math problem can give space to a healthy pause and could divert our thoughts in another direction, letting us consider our message in a different light (though I doubt people who indulge in drinking will enable the feature or keep it enabled for long anyway). The last thing that the condition of alcohol unawareness wants is to stop, reflect, or stay in an empty space where running thoughts could be transformed and maybe melted by the emptiness (through a very low-tech activity called “meditation”).

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La settimana scorsa Google Labs ha introdotto il nuovo servizio Mail Goggles. Questo servizio è pensato per

prevenire molti di voi dal mandare messaggi che vorreste non aver mai mandato… Per default, Mail Goggles è solamente attivo nelle notti dei fine settimana in quanto questo è il momento in cui ne avrai molto probabilmente più bisogno.

Dal titolo “Smettila di mandare email di cui poi te ne pentirai”, Mail Goggles, quando attivo, chiederà di risolvere alcune semplici operazioni aritmetiche “dopo che si clicca su Invia per verificare che ti trovi nel corretto stato mentale”, in altre parole impedendo di mandare una email mentre si è ubriachi o in un altro stato mentale alterato.

Google, oltre ad essere materno nell’alimentarci con quasi infinite informazioni, ora inizia un ruolo paternalistico nell’aiutarci a regolare e definire i nostri limiti. Questo semplice software, nello stile di Google, come sempre inizia in modo innocente e senza molto clamore, ma segna l’inizio di un intervento in relazione alle nostre intenzioni e alla nostra vita interiore.

Sarebbe interessante sapere se Google tiene un archivio dei risultati dei nostri test e come intervengono su tali informazioni (mostrare pubblicità sulla guarigione da dipendanza alcoolica o dei supplementi alimentari che proteggono dalle tossine dell’alcool?)

L’idea di per sé non è male. Il tempo speso per effettuare delle semplici operazioni aritmetiche può dare spazio ad una pausa salutare, sviare i nostri pensieri in un’altra direzione e farci considerare il messaggio in un’altra luce. Tuttavia, dubito che le persone che si concedono all’alcool abiliteranno la funzione o che comunque la lasceranno attiva per molto. L’ultima cosa che l’inconsapevolezza dell’alcool vuole è quella di fermarsi, riflettere o di stare in uno spazio vuoto dove i pensieri che corrono potrebbero essere trasformati e magari sfumarsi nel vuoto (tramite un’attività a bassa tecnologia chiamata “meditatione”).

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The yogic geek

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The methods of tracing and controlling our Internet activities have become constantly more varied and sophisticated. Cookies are probably the oldest method (since 1994) to trace – mainly for advertising purposes – the websites that are visited.

Governments, not only in dictatorships but also in Western countries control every piece of information that passes through the Net. One of the famous projects is Echelon, which gives access to every information sent on email, instant messaging and telephone. Beyond this, the police as well can have access to the data regarding Internet use in order to monitor users.

But on the whole we are accomplices to the information that we send. Google History keeps track of all the search we do on the Net. Google Desktop and similar services index everything that happens in our computer.

RSS readers like Google Reader know our interests by managing our subscriptions to blogs. Tracing cancellations and new subscriptions, it is possible for them to map the way our thoughts evolve.

As if this were not enough, we expose ourselves directly in social networking sites, forums, and blogs with our written words and our photos. Sometimes, we need this for getting an identity on the Net in exchange for some attention from others.

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Le tecniche di tracciamento e controllo della nostra attività su Internet sono sempre più variate e sofisticate. I cookies sono forse il modo più vecchio, fin dal 1994, per tracciare i siti che vengono visualizzati, perlopiù per scopi pubblicitari.

I governi, non solo dei paesi dove vige la dittatura, ma di tutto l’occidente controllano ogni flusso di informazioni che transita sulla rete. Famoso è il progetto Echelon, tra gli altri, che dà accesso ad ogni informazione mandata via email, telefono e instant messaging. Ad aggiungersi a questi, gli organi di polizia possono accedere ai dati di utilizzo della rete per monitorare gli utenti.

Ma perlopiù siamo complici delle informazioni che trasmettiamo. Google History tiene traccia di tutte le ricerche che eseguiamo in rete. Google Desktop e servizi simili indicizzano tutto quanto avviene sul nostro computer.

I lettori RSS tipo Google Reader conoscono i nostri interessi gestendo le nostre iscrizioni ai blog. Con le cancellazioni e le nuove iscrizioni possono tenere traccia di come si evolve il nostro pensiero.

Se non bastasse, ci esponiamo direttamente nei siti di social networking, nei forum, nei nostri blog con le parole scritte e con le nostre foto. A volte ci serve per darci un’identità in rete in cambio di un po’ di attenzione da parte di altri.

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Brain waves facing a screen, and meditation

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Meditation and staring at a screen share the same brain waves, but are actually different internal states. It seems that looking at a screen hooks people seducing them with a fake feeling of relaxation through the presence of alpha waves and even lower brain frequencies.

This relaxation, though, not being integrated with an attentive and aware observation of the contents of the mind (as happens in meditation) gives rise instead to an internal restlessness and stress, often unrecognized until it becomes full-blown.
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La meditazione e l’atto di fissare uno schermo attivano le stesse onde cerebrali, ma di fatto corrispondono a stati interiori diversi. Sembra che osservare uno schermo porti le persone in uno stato di finto rilassamento, tramite l’attivazione di onde alfa e di quelle a frequenza ancora più bassa.

Tale rilassamento, tuttavia, non essendo integrato da un’osservazione attenta e consapevole dei contenuti mentali (come avviene in meditazione), provoca stress e agitazione interiori, che spesso non vengono riconosciuti fino a quando non esplodono.

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The Tao of Google ranking

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When I was a child I believed that somewhere, somebody had the answers to all my questions about the world and about existence. It was because of knowing that sooner or later even I would have access to that knowledge that quietened my cognitive anxiety.

The very fact that knowledge was present somewhere, though hidden, I felt it was certainly obtainable, as if it was present in the air and just needed the proper antennas for being picked up. The Web didn’t exist then, nor did Google that provides almost the entire repository of human knowledge, and of course neither did I know Rupert Sheldrake’s morphic fields theory, much less the mystical ideas on universal consciousness.

But what happens to the process that produces knowledge, when we get it instantly through a Google search? Any media, mentioning McLuhan, is at the same time an extension and a castration. Google is an extension and a castration concerning our research and answer-finding capabilities.

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Da piccolo mi confortava pensare che “qualcuno” da “qualche parte” avesse le risposte alle mie domande sul mondo e sull’esistenza. Immaginavo che in questo modo prima o poi anch’io avrei potuto accedere a tale sapere. Questo pensiero mi placava l’ansia conoscitiva.

Il fatto che la conoscenza fosse da qualche parte, per quanto nascosta o poco accessibile, la sentivo comunque come disponibile, come se questa fosse presente nell’aria e necessitasse solo delle antenne giuste per essere captata. A quei tempi non esisteva il web nè Google che ci mette a disposizione quasi l’intero scibile umano, naturalmente non conoscevo le teorie dei campi morfici di Sheldrake e tantomeno le parole dei mistici sulla coscienza universale.

Ma cosa succede al processo interiore della conoscenza quando possiamo accedervi in pochi instanti tramite una ricerca con Google? Ogni media, ricordando McLuhan, è allo stesso tempo un’estensione e una castrazione. Google lo è rispetto alla nostra capacità di ricercare e di trovare risposte.

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Neural reflexes and reflections on meditation

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At the bottom layer, both the television and the computer screens are about moving images. Looking at anything new moving in front of our eyes brings an ancient impulse to react through the instinctual fight-or-flight mechanism and our “orienting response.”

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Di base, sia la televisione che il computer sono immagini in movimento su uno schermo. Guardare qualcosa di nuovo che si muove innanzi ai nostri occhi fa riaffiorare l’antico impulso a reagire attraverso il meccanismo “lotta-o-scappa” e la nostra “risposta di orientamento”.

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Computer addiction as survival for the ego

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Our nervous system has the mechanism of a reward system that, when activated, can trigger the processes of compulsions and addictions. In the Internet, people can get addicted to online gambling, to online gaming, to porn, to cybersex, to online auctions, to chat, even to news and to surfing. Neuroscientists have also documented how the learning and the pleasure centers of the brain are the same.

My hypothesis is that addictions that have to do with the mind activity, such as computer addiction, are there in order to keep the mind busy and therefore surviving. A silent mind would mean no-mind; silence and stillness are the worse enemy for the ego, that breeds thoughts continuously and feeds on them.

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Il nostro sistema nervoso possiede un meccanismo di gratificazione che, una volta attivato, può provocare processi compulsivi e di dipendenza. Su Internet, le persone possono diventare dipendenti dal gioco d’azzardo o i videogame online, la pornografia, il cybersex, le aste online, le chat, persino le news e il navigare in sé. I neuroscienziati hanno documentato anche come i centri cerebrali dell’apprendimento e del piacere siano gli stessi.

La mia ipotesi che è le dipendenze connesse all’attività mentale, come la dipendenza da computer, seguono un meccanismo simile per tenere la mente occupata, e quindi farla sopravvivere. Una mente silenziosa significherebbe una non-mente; il silenzio e l’immobilità sono i peggiori nemici dell’ego, che genera e si nutre continuamente di pensieri.

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Programming and self de-programming

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Software programming is a meta-activity. It deals with becoming aware of a process in its details, even though it is limited to the area regarding the information flow. Recursive algorithms are a good metaphor for self-reflection.

Once reached a certain level in programming, it is almost inevitable that our attention cannot just focus on the understanding of the computer working mechanisms, but also to the inside of our own mind, investigating the way of thinking itself which allows us to deduce, discriminate, program, and associate things and events.
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La programmazione software è una meta-attività. Si tratta di prendere consapevolezza di un processo nei suoi particolari, seppur limitato al piano inerente il flusso informativo. Gli algoritmi ricorsivi sono una buona metafora per l’autoriflessione.

Arrivati ad un certo livello nella programmazione, è quasi inevitabile che l’attenzione non si rivolga più solamente alla comprensione dei meccanismi di funzionamento del computer, ma anche all’interno della propria mente, indagando le modalità del pensiero stesso che consentono di inferire, discriminare, programmare e associare cose ed eventi.

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Lifelogging

Hand with Reflecting Sphere[en]

What's the deep need for recording everything that happens in our life? The promises of lifelogging.

I remember in the early 80's I was standing outside an ethnic restaurant in Milan with friends and we met a very young man, no older than ourselves. He told me that he had installed a tape recorder on his "500", a very small and cute Italian car. Any time he started the engine, the tape recorder automatically switched on so he could record conversations with his passengers and later listen to them.

His goal was to listen to himself talking later on. This guy was a nice and interesting character, and genuinely interested in knowing the different parts of himself, he wasn't a controlling paranoid personality. "One, No one and One Hundred Thousand" as Pirandello say. We are One for us, ultimately No one, but One Hundred Thousand for every different person we meet.

During the 80's some people in the alternative scene/culture were looking at the first video recording technologies as something that could bring more awareness in people's consciousness, as it were a Gurdjieffian continuous remembrance of ourselves. Now technology has evolved a lot more and Kevin Kelly writes about Lifelogging:

The goal of lifelogging: to record and archive all information in one’s life. This includes all text, all visual information, all audio, all media activity, as well as all biological data from sensors on one’s body. The information would be archived for the benefit of the lifelogger, and shared with others in various degrees as controlled by him/her.

Kevin Kelly is brilliant in forecasting the evolution of technology, but his analysis don't focus especially on the other half of the story: the impact of technologies on the soul. His classic book is Out of Control, that I published into Italian in the 90's.

First I ask myself what's the deep need for recording everything that happens in our life. Apart from the practical reasons to have such lifeloggings, I suspect it reflects on a different level a more spiritual, evolutionary need having to do with the desire to freeze certain life moments in order to be fully aware of them in our consciousness, in order to participate fully and deeply in the flow of life.

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Qual è il bisogno profondo di registrare tutto ciò che avviene nella nostra vita? Le promesse del lifelogging.

Mi ricordo che all'inizio degli anni 80 ero fuori da un ristorante etnico a Milano con alcuni amici, dove abbiamo conosciuto un ragazzo della nostra età. Mi disse che aveva installato un registratore sulla sua 500, di modo che ogni volta che accendeva il quadro il registratore si attivava automaticamente per registrare le conversazione con i suoi passeggeri. In questo modo poteva ascoltare di nuovo se stesso conversando in un momento successivo.

Era un tipo simpatico ed interessante, e realmente interessato a conoscere le diverse parti di se stesso, non si trattava di una personalità paranoica controllante. "Uno, Nessuno, Centomila" come scriveva Pirandello. Siamo Uno per noi stessi, in ultima analisi Nessuno, ma Centomila per ogni diversa persona che incontriamo.

In quegli anni 80 alcune persone della cultura alternativa consideravano le prime tecnologie di videoregistrazione come qualcosa che avrebbe potuto portare più consapevolezza nella coscienza delle persone, come se fosse stato un ricordo di sè alla Gurdjieff. Ora la tecnologia è molto più evoluta e Kevin Kelly scrive del Lifelogging (lo traduco dall'inglese): 

Lo scopo del lifelogging: registrare e archiviare tutte le informazione della vita di una persona. Queste comprendono tutti i testi, tutte le informazioni visive, tutte le attività di ogni media, e anche tutti i dati biologici da sensori posti nel corpo. Queste informazioni verrebbero archiviate per il beneficio del lifelogger e condivise con altri a diversi livelli a scelta del lifelogger.

Kevin Kelly è brillante nel predire l'evoluzione della tecnologia, ma spesso le sue analisi non si focalizzano in modo particolare verso l'altra metà della storia: l'impatto della tecnologia sull'anima. Il suo testo classico è Out of Control, che ho pubblicato in Italiano quando ero editore di Apogeo/Urra.

Mi chiedo innanzitutto quale sia il bisogno profondo di registrare tutto ciò che avviene nella nostra vita. A parte le ragioni prettamente pratiche nel possedere un lifelogging, sento che questo bisogno riflette a un diverso livello un bisogno di carattere più evolutivo e spirituale: il desiderio di fermare alcuni momenti della vita per averne piena consapevolezza nella nostra coscienza, per poter partecipare in pieno e in profondità al flusso della vita.

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