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Saving time through technology

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One of the most-heard mantras of fans of technology is that it “saves time.” Every new software contains procedures for making things simpler and faster, better than before, automating tasks having longer procedures earlier. All very well.

The problem is that for every task made simpler, more tasks are added. We will never save time through technology because the nature of the mind itself is to be kept busy, more so when our bodies are frozen in front of a screen. So we welcome new ways to keep it busy and we overload our minds with more – mostly useless – information and procedures.

Peter D. Hershock in Reinventing the Wheel: A Buddhist Response to the Information Age (Albany: State University of New York Press, 1999) writes:

According to Marshsall Sahlins, whose Stone Age Economics (1972) is an eye-opening classic, the average work week in Hawaiian and most other so-called “Stone-Age” cultures is about twenty-five hours (p. 45).

We lost the capacity to stay in empty spaces where our minds are not engaged and could be fed by an inner view, instead of giving attention only to external inputs.

Our capacity of conscious attention and presence does not grow according to the amount of information available. It actually becomes scattered and less. We can “be there” with just one thing at a time. We can even be there with none. Then we will be really “there.”

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Uno dei mantra più ascoltati dei fan delle tecnologie è che “fanno risparmiare tempo”. Ogni nuova versione del software ha delle procedure per rendere le operazioni più semplici e più veloci, meglio di prima, automatizzando i compiti che richiedevano procedure più lunghe.

Il problema è che per ogni compito che viene semplificato vengono aggiunti altri compiti. Tramite la tecnologia non risparmieremo mai tempo poiché la natura della mente stessa è quella di mantenersi occupata, e ancor più quando i nostri corpi sono immobili di fronte ad uno schermo. Allora diamo il benvenuto a nuovi modi per tenerla occupata e riempire le menti con ulteriori, e più che altro inutili, informazioni e procedure.

Peter D. Hershock in Reinventing the Wheel: A Buddhist Response to the Information Age (Albany: State University of New York Press, 1999) scrive:

Secondo Marshsall Sahlins, il cui Stone Age Economics (1972) è un classico rivelatorio, la media della settimana lavorativa nelle cosiddette culture dell’Età della Pietra e nelle Hawaii tradizionali era di circa 25 ore (p. 45).

Abbiamo perso la capacità di stare in spazi vuoti dove le nostre menti non sono coinvolte, dove potrebbero essere alimentate da una visione interiore invece di dare attenzione solamente ad input che provengono dall’esterno.

La nostra capacità di attenzione cosciente e la nostra presenza non cresce al crescere della quantità di informazione disponibile. In realtà diventa frammentata e indebolita. Possiamo “esserci” solo con una cosa per volta. Possiamo anche esserci senza niente. Allora saremo davvero “lì”.

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