Quando l’iPhone sostituisce la siringa: la comunicazione come forma di patologia
lug 25th, 2012 by Franco Del Moro | | Permalink
Laura (ma il nome è di fantasia) è una mia amica. Ha una laurea, ha militato in politica quando era più giovane, ha una casa piena di libri che in buona parte ha letto, aveva un marito che ha lasciato per un altro uomo quando ha cominciato a sentirsi vecchia e ora, non so, forse ha degli amanti. Insomma Laura ha avuto e ancora ha una vita intensa.
Ma qualcosa non torna. Ogni mattina scrive “buongiorno” e ogni sera “buonanotte” su Twitter e di rimbalzo anche su Facebook, e durante il giorno commenta in tempo reale con pensieri irrilevanti le sue attività. Cercare il link giusto da postare sulla sua bacheca online sembra essere diventato per lei tanto importante quanto prendersi cura della propria igiene personale.
È caduta anche nella trappola dei talkshow, specie quelli furbi pensati apposta per gli utenti come lei (che mai guarderebbero “L’Isola dei Famosi” ma che non si perdono una puntata di “Che tempo che fa”…), e mentre guarda la televisione commenta in tempo reale sui social network quello che il conduttore e l’ospite dicono, come se il suo cervello fosse collegato a internet a sua insaputa o come se la sua opinione fosse richiesta da una platea che la segue con attenzione… ma dall’altra parte del suo iPhone non c’è nessuno o, per meglio dire, ci sono milioni di altri naufraghi che, come lei, gridano aiuto alla deriva nel vuoto cosmico della modernità.
Carla è un’altra amica. Ricordo come compativa Berlusconi quando, ai tempi, trapelò la notizia che faceva sparire da tutte le agenzie fotografiche d’Italia le foto che lo ritraevano in pose sbilenche o con smorfie buffe… “che uomo ridicolo e patetico”, diceva. Oggi anche Carla è su Facebook. Ha postato oltre 100 foto che la ritraggono in tutte le situazioni (dal bichini al tailleur), e si capisce lontano un miglio che sono foto scelte per trasmettere di lei l’immagine più fresca e appetibile possibile, sebbene sia una donna di mezza età e abbia una famiglia.
Primi piani studiati allo specchio, pose che simulano spontaneità ma che sono invece calcolate per mostrare ad arte le forme del suo corpo, sguardi intensi che vogliono comunicare dal monitor dio solo sa cosa, scatti che si capisce benissimo sono stati accuratamente selezionati fra migliaia di altri per trasmettere una falsa immagine di sé… proprio come Berlusconi, che tanto la faceva indignare… ai tempi…
Laura e Carla non sono una eccezione. Oggi sono la norma.
Dalla patologia come forma di comunicazione siamo approdati nel giro di qualche anno alla situazione contraria.
Negli ultimi anni i manuali di medicina si sono dovuti aggiornare per includere le molte Laura e Carla in quelle che ora vengono definite le “nuove sindromi da addiction”, ossia la dipendenza senza sostanze, qualcosa che dovrebbe avere a che fare più con la psicologia che con la patologia, ma pare che l’approccio psicologico non dia i risultati sperati, perché tali comportamenti presentano le stesse caratteristiche della dipendenza fisiologica da sostanze: l’evoluzione ad escalation della cattiva abitudine, il malessere che subentra nell’interrompere il comportamento, l’incapacità di temperare tali impulsi… e pertanto l’unica opzione che resta è trattare questi comportamenti come malattie vere e proprie, con adeguate terapie farmacologiche.
Personalmente sono contro ogni forma di approccio chimico ai problemi dell’anima, quindi non suggerirei mai e poi mai alle mie amiche di cui sopra di farsi prescrivere qualche farmaco di nuova generazione dal loro medico per riuscire a comprendere quanto è insidioso il sentiero che stanno percorrendo… ciò non toglie che bisogna ammettere che nessun approccio di tipo umanistico è realmente in grado di frenare comportamenti sociali, neppure quando incredibilmente stupidi o alienanti o distruttivi, se questi affondano le radici nello spirito del tempo.
Ad esempio, a limitare l’uso dell’automobile non sono stati i dati allarmanti sull’inquinamento; la devastazione dei centri storici che è sotto gli occhi di tutti; l’aumento spropositato di strade, autostrade e parcheggi a discapito di aree verdi e ambienti naturali; il numeri di morti e feriti in incidenti pari a quello di una guerra mondiale; la consapevolezza che intorno al petrolio ruotano alcuni dei più efferati crimini contro l’umanità… a limitare l’uso dell’automobile è stato l’aumento del prezzo della benzina: è solo il fatto che un litro di benzina costi veramente tanto che ha scoraggiato gli individui dal ricorrere all’auto per ogni spostamento.
Gli imperativi rivolti all’etica, alla morale, alla solidarietà, all’ecologia, e a tante altre belle ideologie servono a poco o nulla ai fini del ridimensionamento degli aspetti insidiosi della modernità. Anche essere iperattivi nei social network, fintanto che sarà coerente con il modello sociale in voga, pur essendo una grave forma di riduzione del Sé e una patologia socio-sintonica, impedirà alle persone di percepirsi come portatrici di un disturbo, di un problema, di un deficit affettivo… “Il vivere all’interno di una cornice culturale e di una pressione sociale dove governano l’immediatezza, l’apparenza, il “vincere facile”, il “qui e ora”, non può e non poteva che portare a forme di patologie coerenti e governate dalla incapacità/impossibilità di contenersi, dalla necessità di soddisfare ogni desiderio e piacere”, fa notare Mauro Croce (1).
Fra le nuove pulsioni create da questo modello sociale c’è l’ossessione per il riconoscimento sociale. Oggi molto più che in passato le persone vogliono essere notate, vogliono essere ammirate e desiderate, vogliono essere sempre al centro dell’attenzione. Perché? Perché sì. Perché questo è riconosciuto come il principale parametro sociale per misurare il proprio valore, e questa idea si è infiltrata talmente in profondità che persino l’autocoscienza e la percezione di sé si basa più sulla visibilità sociale che sulla propria vita reale.
Non è più una questione di narcisismo o di volontà di potere, siamo andati oltre, sta diventando una questione di valori esistenziali, la sorgente da cui scaturiscono le motivazioni per continuare a vivere; ovvero non è più solo una parte della popolazione ad agire (sgomitando, vendendosi, corrompendo…) per cercare di salire quanto più in alto possibile nella scala gerarchica basata su soldi, fama e potere, ma ora questa aspirazione si è diffusa anche fra le persone normali, nate senza una ipertrofia dell’ego.
La spettacolarizzazione del corpus sociale ha fatto credere che non esistono alternative, che non ci sono altre vie: visibilità e autostima coincidono; il successo legato alla visibilità attesta che la propria vita ha un senso, mentre senza visibilità vengono meno anche le motivazioni per agire e il motore che spinge il nostro essere rallenta, perde giri…
Chi potere e successo ce l’ha davvero lo lottizza e lo monopolizza; chi invece non ce l’ha lo simula, per esempio con l’attivismo compulsivo in rete; adottando qualsiasi prodotto o stile di vita che rappresenta la tendenza del momento; consumando la produzione (commerciale ma anche culturale) dei personaggi mediatici e delle star sulla cresta dell’onda… questi sono tutti tentativi di far credere a sé stessi e agli altri che non si è emarginati, che si ha uno spessore sociale rilevante e dunque un alto potenziale intellettuale, che si è proprio al centro del flusso degli eventi, che non si è insomma degli invisibili, degli sfigati.
Essere modaioli non è un complimento e a nessuno piace riconoscersi come tale, eppure allontanarsi dalle mode sociali dominanti risulta impossibile a molti, perché lo avvertono come una perdita di significato della propria vita, e perdendo questo perdono anche la voglia di viverla. Si arriva persino all’eccesso: se i media danno la notizia di un suicidio, ovvero lo spettacolarizzano, subito dopo c’è un picco degli emuli, soprattutto fra i giovani, che subiscono il fascino della glamourisation del gesto suicidale.
“Viviamo nella dimensione dell’anticipazione dei desideri. I desideri non nascono più da pulsioni interne, ma dalla scelta delle soluzioni fornite dall’esterno. Viviamo nell’eccesso: eccesso di mezzi, di strumenti, di ignoranza. Il risultato è incomprensione della realtà, incomprensione di noi stessi, incomprensione.” dice Claudio Misculin, artista che lavorando con i matti ha orizzonti mentali assai più aperti di chiunque altro (2).
Il grande inganno di quest’epoca è dunque proprio questo: quanto più si adottano gli stili di vita dominanti, tanto più si è in grado di dare un significato alla propria vita.
E se le tendenze sociali dicono che il modello vincente è uno e uno soltanto (per esempio: giovane, magro, bello, ricco, famoso…) non c’è scampo alla disillusione di sé e alla perdita di motivazione esistenziale quando da tale modello si è lontani (non meglio, non peggio: lontani), e questo accade nella stragrande maggioranza dei casi, perché la natura non è così stupida da farci tutti uguali.
È il principio di fondo della teoria ariana nazionalsocialista: gli ariani sono la razza vincente, tutte le altre sono perdenti e come tali inutili, da scartare, da eliminare, da incenerire…
In un mondo in cui solo una minima parte sono alti, biondi e con gli occhi azzurri bisognerebbe impedire che passi l’idea che le opportunità debbano essere date solo a quelli alti, biondi e con gli occhi azzurri. Invece è esattamente quello che è accaduto in quest’epoca. Gli “attributi ariani” oggi hanno a che fare più con il riconoscimento sociale che con il colore degli occhi, più con la visibilità mediatica che con la forma degli zigomi… ma la sostanza non cambia: i non-ariani sono isolati, allontanati dai salotti nobili della società, deprivati di qualsiasi opportunità a cui pure avrebbero diritto in virtù dei loro meriti effettivi per far spazio ai membri che appartengono alla giusta “razza”: i parenti di, gli iscritti a, gli amici di, gli appartenenti a, i confratelli con..
Per tutti gli altri, ossia per il 99% della popolazione, non c’è posto nella vita sociale e culturale del Paese, non importa quali meriti e talenti abbiano: si accomodino pure su Facebook per favore, e non rompano i coglioni.
Aver concesso a delle èlite di governare la società, significa aver lasciato che si formasse una società su base elitaria. Oggi questo boomerang sta tornando indietro e gli effetti sono che la solitudine e il tedium vitae stanno diffondendosi a macchia d’olio, e non perché sono le pulsioni più forti dell’animo umano, bensì perché sono stati annichiliti i loro naturali antidoti: la capacità di provare interesse per il mondo circostante, di coltivare una rete relazionale locale, di sopportare un po’ di fatica e sofferenza (inevitabili e congenite alla natura stessa della vita), di accettarsi per come si è, di trarre piacere da ciò di cui disponiamo realmente… insomma l’incapacità di vivere nella realtà.
E non a caso uno dei business più fiorenti in quest’epoca di smarrimento è qualcosa che vent’anni fa neppure il più cinico profeta del futuro avrebbe potuto immaginare: i social network, ossia un nuovo mercato che gestisce le relazioni sociali e amicali. Questo mostra chiaramente ciò che Jean Baudrillard ha indicato essere la conseguenza più grave della postmodernità: l’uccisione del reale.
Chi ha abbassato la guardia e si è lasciato sedurre dagli abili manipolatori sociali, ora si trova senza le naturali risorse di rigenerazione del Sé di cui l’anima – ogni anima – dispone, e compie il primo passo verso quelle che il filosofo canadese Ian Hacking ha definito “malattie mentali transitorie”, ossia comportamenti deviati non a causa di una effettiva patologia insita nell’individuo, ma della sua incapacità a sottrarsi a condizioni di vita contestuali e storiche che generano, appunto, stati mentali patologici. Ripristinando una condizione equilibrata di vita, si ripristina la salute mentale del soggetto.
Bene, ora la domandona finale: come fare a ripristinare condizioni di vita salutari e appaganti – almeno per sé se non per l’intera comunità – che inducano spontaneamente ad allontanarsi dalle patologie sociali e riappropriarsi della propria identità?
Note
1 – “Consuma senza limiti, ma con moderazione”, di Mauro Croce, pubblicato sul numero 255 agosto/settembre 2011 di “Animazione Sociale”.
2 – Tratto da “Noi, gli errori che permettono la vostra intelligenza” di Claudio Misculin, pubblicato su “Communitas” n. 12/2006.
Originalmente pubblicato su Ellin Selae n. 107


Naturalmente l’ho condiviso subito su Facebook!
Spero che chi ha scritto questo articolo abbia almeno 90 anni, così potrei scusare la sua impostazione, ma se ne ha meno di 60 sarebbe un disastro. Quando conclude che spera si possano “ripristinare condizioni di vita salutari e appaganti” di cosa cavolo parla? Quando mai sono esisitite queste condizioni? Bho!
Francamente ritengo che la conquista del potere ed il suo mantenimento ed il tentativo di tenere fuori da esso gli altri sia qualcosa che caratterizza la razza umana. Quello che cambia, e dovremmo esserne contenti, è che in luogo di campi di cotone, piramidi o campi di concentramento la necessariamente maggioranza sfigata ha ora il modo comunque di esprimersi sui social network ed in tal modo anche interagire con la minoranza eletta, se non in termini qualitativi almeno in termini quantitativi. E tutto questo lo chiamate patologia? In questo caso evviva la malattia!
Non l’ho condiviso su FB; da FB sono uscito quando mi sono stufato di sapere ogni giorno cosa stava ascoltando mia sorella. Su questo blog ho sempre trovato interventi molto interessanti su questo argomento, che ho sempre condiviso, anche se a volte ho dovuto ri-esercitare quella facoltà dell’attenzione prolungata che la frquentazione del web ha molto ridotto in me.
Anche questa volta mi trovo piuttosto in sintonia con lo scrivente, benché non sia quello consueto. Noto diverse reazioni infastidite, probabilmente da chi, legittimamente, si rifiuta di considerare patologici certi suoi comportamenti. Trovo particolarmente irritante l’intervento che vuole ricondurre ad una supposta senilità una critica, secondo me molto fondata, a certi aspetti della modernità. E’ vero, ovviamente, che la lotta per il potere e l’esistenza delle classi dominanti non sono una novità. Ma non per questo dobbiamo far finta di ignorare quali siano le nuove forme di alienazione cui è costretta la maggioranza senza parola: senza parola, certo, perché la comunicazione mainstream non corre certo su FB, e quello che scriviamo in questi “luoghi” ha lo stesso valore comunicativo, lo stesso impatto sociale, di quattro chiacchere davanti ad un bicchiere di vino fatte dai nostri nonni.
Concludendo: ben venga chi è in grado di di-svelare di quali illusioni il potere nutra la nostra irrilevanza, indipendentemente dall’epoca in cui viviamo.
Bravo Franco Del Moro
voglio andare controcorrente.
Io voglio invece solidarizzare con Te che hai scritto questo articolo coraggioso.
Da Medico e da Filosofo (oltre che utilizzatore delle reti comnicative) non posso non essere d’accordo.
Ancora una piccola miserabile pillola per l’anima che non percepisce il prezzo da pagare per questa falsa socializzazione che sono i social network.
Vogliamo chiamarlo il “guanto rovesciato”di G.Orwell
oppure il “bottom up” delle pulsioni servili della gleba
forse “l’irrealtà virtuale” è l’ultimo e popolare inferno prima del nulla a cui nessuno poi però è abituato
coraggio!!!!!!
Noi non siamo “comunicazione”, nè tantomeno “patologia”: solo ripristinando la comunicazione con il proprio Sè si risolve il problema della solitudine in un mondo tanto affollato (da chi?)!
Quella dell’età poi mi sembra proprio una castr…non si è sempre detto che si rimane degli eterni bambini…ma forse l’eccezione lo conferma, ancora una volta.
Pino
….ma a te che te ne frega di quello che fanno Carla e Laura?
Pensa a te stesso che è già tanto…..
io, però, se mi guardo intorno, vedo tanti amici e colleghi miei che stanno su FB senza abusi…ci si continua a vedere, a frequentare normalmente. FB è utile per invitare persone agli eventi, e per condividere tante cose che si trovano in rete, compresi appelli, articoli, punti di vista, canzoni…mi pare più problematico l’isolamento delle nostre realtà urbane e abitative, che ci fa stare chiusi in casa senza comunicare con nessuno….che ci costringe comunque a uscire, dandosi appuntamenti, perché non esistono più le piazze, i corsi (forse nei paesi?), i baretti…o no?
….. Si considerano poco le proprie abitazioni come luogo di interscambio amicale, dove si riceve, si parla, si condividono parti di se davanti a un the’ piuttosto che a un piatto di pasta.
Eh, si la modernita’ in questo senso ha tolto la possibilita’e la volonta’di comunicare davvero. Si ha paura di vivere se stessi e gli altri fino in fondo, e allora la piattaforma sociale virtuale puo’ diventare un surrogato, una pia illusione di essere in contatto con tutto e tutti in maniera olografica.
Il rapporto umano e’insostituibile ! Sono d’accordo con l’utilizzo strumentale della tecnologia, ma se le parti si rovesciano ed e’questa che domina e prevale, c’e’ qualcosa che non va. Molti malesseri di quest’epoca credo, siano il parto di una lacerante assenza : siamo carichi di cose inutili a cui si attribuiscono valori eterni e lasciamo per strada le verita’che ci terrebbero non solo in piedi, ma vivi e combattivi. Sicuramente la coscienza cambiera’ e prendera’il soppravento un nuovo modo di concepire la vita. I presupposti gia’ mi sembra siano in atto….
Un saluto a chi legge da Katiuscia.