Il gioco di Facebook
nov 6th, 2011 by Ivo Quartiroli | | Permalink
In una delle mie rare apparizioni su Facebook, ho scritto una breve considerazione sull’assurdità di trascorrere più di un’ora per leggere con cura (come dovrebbe essere per le persone a cui teniamo) gli aggiornamenti degli amici… dell’ultima ora.
L’ultimo commento che ho ricevuto alla mia nota è stato “Se non ti piace non giocarci…”. Questo amico è piuttosto attivo su Facebook, condivide parole, video, link, e altro. E’ un artista e un ricercatore spirituale, un vero amico con cui abbiamo condiviso dialoghi profondi, meditazioni e ci siamo anche divertiti assieme, non come uno dei tipici “amici” nel modo in cui Facebook ha ridefinito questa parola. Ha un grande cuore.
Dopo qualche giorno dal commento, ho realizzato che ho sentito diverse volte persone che fanno un lavoro spirituale, affermare che Facebook è solo un gioco, che ci si può divertire ma rimanendone distaccati, sapendo che è un gioco della mente senza per questo dovercisi attaccare, come un essere illuminato che potrebbe osservare l’attività della sua mente come increspature alla superficie della sua coscienza. Secondo questo ragionamento, la coscienza non rimane influenzata da queste increspature.
Credo che ci sia una profonda incomprensione alla base di questo presupposto. Per quanto sia vero che un essere illuminato è al di là dei singhiozzi della mente e può osservarli come un testimone invece che rimanerne coinvolto, per tutti noi, interfacciarsi ripetutamente con uno strumento andrà ad influire sulla nostra relazione con lo strumento stesso e sul rapporto con le persone dall’altra parte dello schermo.
Nonostante la sicurezza di essere più forti di qualsiasi attività che ci coinvolge per diverse ore al giorno, la realtà è che possiamo e spesso effettivamente ci attacchiamo allo strumento e alle azioni ripetitive connesse. Questo si applica anche per i ricercatori spirituali. Se continuiamo ad alimentare il corpo con cibo malsano e chimica, ci sono buone probabilità che ne sentiremo le conseguenze. Anche per le persone spiritualmente evolute, in quanto il corpo risponde perlomeno tanto agli stimoli meccanici quanto ad una consapevolezza elevata, la quale non dà garanzia di vita lunga o salute sul piano fisico.
Diversi insegnanti spirituali affermano che anche la mente è un meccanismo, e che il corpo e la mente in realtà sono un’accoppiata corpo-mente, dove la mente non è meno meccanica del corpo. Qualsiasi ricercatore spirituale sa che la mente è soggetta a forti condizionamenti da parte di esperienze precoci, da messaggi esterni ricevuti, e anche dai nostri stessi pensieri. Tali condizionamenti appannano la nostra consapevolezza e non consentono alle nostre vite di fluire liberamente.
Uno dei classici insegnamenti per la liberazione della mente è di non farsi trascinare dall’infinito chiacchiericcio della mente che è una fonte di distrazione, un ostacolo all’esplorazione interiore, e un ostacolo al silenzio da cui sorgono le intuizioni e la profondità.
Perchè mai la mente non dovrebbe anche essere condizionata da Facebook, not solo in termini dei contenuti visualizzati, ma specialmente dal modo in cui interagiamo, dall’interfaccia stessa? Nonostante abbia sentire affermare da alcuni che “guardano ai messaggi di Facebook in un modo meditativo”, osservandone il flusso senza attaccamenti (e mi viene da domandarmi comunque se si tratta dell’approccio senza attaccamenti di una mente meditativa oppure semplice indifferenza e noia), l’interfaccia e il modo in cui comunichiamo con Facebook ci tocca più in profondità dei contenuti veri e propri. Sappiamo dai tempi di McLuhan che “il medium è il messaggio”.
Il modo stesso di comunicare, tramite lo scorrimento dello schermo, i click del mouse (o il tocco del touchscreen), con delle finestre aperte, associando gli amici con delle piccole icone, e comunicando di base ad un livello mentale senza la presenza del corpo, mentre si è pure distratti da ulteriori eventi che sono attivi sullo stesso schermo, porterà inevitabilmente ad una trasformazione del significato interiore di amicizia e di comunicazione. Per le persone più giovani, potrebbe diventare un imprinting.
I siti come Facebook tendono ad assorbire il nostro tempo e attenzione, si alimentano dei contenuti generati dagli utenti ed analizzano le nostre parole, messaggi, link, profili e le nostre amicizie allo scopo di vendere i nostri dati agli inserzionisti.Certamente possiamo giocare al gioco di Facebook, ma mi accerterei prima se sono il giocatore o la pedina giocata.
Vedi anche: Resistendo a Facebook
The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet is on Amazon


Per quanto mi riguarda, nell’attuale bilancio, riscontro che nell’essere in F.B. ciò che perdo in privacy è ampiamente compensato da ciò che guadagno in sociality. L’attivo è netto.
Prendendo poi questa modalità comunicativa per quello che è, senza farmi particolari aspettative, il mezzo offre ampie possibilità di conoscenze virtuali, espresse con più o meno profondità, attraverso le diverse soggettività che si incontrano.
Per il resto, basterebbe denominare quelli che vengono chiamati “amici” con “contatti”, la cui significatività starebbe a noi poi sviluppare se lo vogliamo, sempre che lo vogliamo. Comunque, e’ da considerare positivito, secondo me, l’aspetto potenziale che ha il mezzo per espandere le relazioni. Il modo con cui questo relazionarsi poi viene espanso è tutto da giocare. Ovviamente include anche il rimandare al contatto diretto, all’incontro fisico, sempre che accada per un interesse reciproco, proprio come succede nella dimensione non virtuale.
Mi trovo pienamente d’accordo su alcune parti del discorso di Ivo, in particolare sul fatto che non è salutare passare le ore di fronte a uno schermo.. Molte persone si creano una
vita virtuale
parallela a quella reale, per sfuggire da una quotidianità spesso opprimente.. e perchè condannarle?