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L’Io digitale diviso

C’è un’alleanza insolita ma solo apparente tra due filosofie che sono a malapena a conoscenza una dell’altra e che raramente entrano in contatto tra di loro, che congiurano contro la realtà fisica e il corpo. La prima “filosofia” è rappresentata da ciò che è stato definito in vari modi come Ciberspazio, Technopoli, Cyburbia e altri.

Io preferisco definirlo come la “Digitalizzazione della realtà”, dove un numero crescente di attività umane vengono tradotte in byte. Il lavoro, la comunicazione, i media, il mondo dello svago, gli amici, gli incontri, la sessualità, la cultura, lo shopping, la politica e le cause socialli sono tra i bisogni umani in espansione che sono entrati nel digitale.

Mentre Internet all’inizio era un qualcosa che perlopiù visitavamo, ora stiamo abitando a tempo pieno nei mondi virtuali e li progettiamo in accordo alle nostre proiezioni mentali.  Il sogno Cartesiano di una mente senza il corpo si è quasi realizzato (anche se in tarda età Cartesio, ne Le passioni dell’anima, affermava che “L’anima è unita congiuntamente a tutte le parti del corpo”).

Questa separazione riflette un’ampia storia del pensiero occidentale, a partire dalla separazione Giudeo-Cristiana tra il corpo e l’anima, fino a persone come i transumanisti Hans Moravec, il ricercatore di intelligenza artificiale  Marvin Minsky o il guru della singolarità Raymond Kurzweil, che vuole fare un download della mente biologica umana in un supporto meccanico più sicuro per arrivare addirittura all’immortalità.

La tecnologia stessa è sempre meno “incarnata” e fisica. La tecnologia va nella direzione del Wi-Fi, Bluetooth e di vari modi wireless per comunicare, compresi studi per l’alimentazione elettrica senza fili. Abbiamo reso fisicamente distanziati gli uni dagli altri anche gli strumenti ad alta tecnologia.

Weizenbaum, più di 30 anni addietro, in Il potere del computer e la ragione umana, descriveva il tipico programmatore di computer in questi termini:

Giovani brillanti dall’aspetto slavato, spesso con gli occhi infossati e luccicanti, seduti alle tastiere del computer, le braccia in tensione nell’attesa di scatenare le dita, già pronte a colpire, sui pulsanti e sui tasti su cui la loro attenzione sembra essere concentrata come quella del giocatore d’azzardo sul rotolare del dado. […] Il cibo, se se ne ricordano, se lo fanno portare: caffè, coca-cola, panini. Se possibile, dormono su brande vicino al computer. […] I vestiti rattoppati, le facce non lavate e non rasate, i capelli spettinati dimostrano quanto si disinteressino del loro corpo e del mondo che li circonda.

Brenda Laurel, progettista di interfaccie con il computer, nota delle differenze di genere:

Abbiamo una classe di persone che chiamiamo nerd che sono a fortissimo disagio con i loro corpi e con la loro sessualità. […] Quando gli uomini parlano di realtà virtuale, usano spesso frasi come “esperienze fuiri dal corpo” e “lasciare il corpo”. Queste persone non parlano dell’esperienza fuori dal corpo nel modo in cui qualche mistico orientale o sciamano peruviano parlerebbe. Ne parlano nel senso che se sbatti uno schermo di fronte agli occhi non avrai bisogno di vedere l’inquinamento dell’aria. […]  Quando le donne parlano di realtà virtuale intendono di portare il corpo con loro in un altro mondo. L’idea è quella di portare questi fantastici organi sensoriali con noi,  non lasciare i nostri corpi ingobbiti su una tastiera mentre le nostre menti scorrono in qualche network. (Susie Bright, Sexual Reality, San Francisco: Cleis Press, 1992).

Quella che era un’attitudine confinata ai tecnici ed ai nerd è diventata convenzionale, dove la maggior parte delle persone stanno di fronte ad un computer, ad una TV o ad uno schermo di cellulare per una buona parte del loro tempo, prendendo distanza da una connessione sentita con i loro corpi, vivendo in un mondo puramente mentale. Alexander Lowen, nel suo libro Joy, scrisse che in più di 50 anni da quando ha iniziato ad occuparsi della condizione uman, ha notato un generale deterioramento nei corpi delle persone che incontrava; i corpi sono meno energizzati, meno integrati e meno attraenti rispetto a quelli dei pazienti che incontrava nel passato. Egli afferma che i classici pazienti isterici di cui parlava Freud non si incontrano quasi più. Mentre l’isterico non poteva gestire le sue emozioni, l’individuo schizoide odierno, dissociato dal suo corpo e vivendo prevalentemente nella sua mente, semplicemente non ne ha molti.

Se la tecnologia spinge verso la sparizione della realtà, c’è una seconda filosofia che le sembra alleata verso lo stesso scopo. Molte tradizioni mistiche e maestri spirituali del passato e del presente considerano la realtà fisica come un sogno, maya, come qualcosa da superare per poter espandere la nostra consapevolezza e connetterci con le profondità dell’anima e con l’assoluto. La realtà fisica quindi è qualcosa che andrebbe abbandonata mentre avanziamo sul  nostro cammino di illuminazione spirituale.

Ramakrishna, in L’Enseignement de Ramakrishna, disse che quando un uomo diviene folle di Dio, egli diventa ignaro anche del suo corpo. Prendendo Chaitanya Deva come esempio,  Ramakrishna disse che egli “cadde al suolo molte volte. Non aveva più né fame né sete, e neanche sonno. Perdette completamente la coscienza del suo corpo”.

Nella descrizione di  Ramakrishna dello stato di follia divina possiamo notare delle similitudini con i programmatori descritti da Weizenbam. Apparentemente. I mistici abbandonano il corpo/mente allo scopo di raggiungre ciò che è al di là della mente, mentre la nostra società ha relegato il corpo ad un ruolo marginale per dare alla mente il ruolo superiore e di controllo.

Le persone orientate tecnbologicamente e i mistici hanno un altro punto in comune nell’affermare che il mondo è irreale, uno stato illusorio. I primi chiamano in causa  la neurofisiologia e la psicologia, mentre i mistici parlano della loro esperienza diretta nell’aver raggiunto uno stato dove la consapevolezza ampia diventa la guida, non  più condizionata dai fitri del corpo/mente.

Ma mentre la realtà virtuale ci disconnette dai nostri corpi per dare priorità alla mente  (considerata come la realizzazione più elevata per gli esseri umani), i percorsi spirituali verso la consapevolezza necessitano di conoscere, sentire e vivere il corpo come fonte e oggetto di conoscenza prima di andare oltre alla mente ed al corpo. Nel percorso spirituale, il corpo viene visto come n’unica entità corpo/mente, che viene osservata da una consapevolezza più ampia. In tale cammino, sia il corpo che la mente potrebbero perdersi per una fase, per poi essere ritrovati in un momento successivo. David Copper, in Grammatica del vivere, scrisse: “Dobbiamo perdere la testa per entrare nel corpo. C’è un tempo per la mente, un tempo per abbandonare la nostra mente e un tempo per ritrovarla.”

Il corpo nei percorsi spirituali è un fragile ponte verso l’Assoluto che deve essere percorso con rispetto e cura, sentendolo e percependolo senza fretta di andare oltre, altrimenti rsi rischia di cadere nelle acque, perdendo anche la mente prematuramente. Alcune religione hanno scoraggiato o proibito un incontro con il corpo, in particolare nelle tradizioni monoteistiche come il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islam. Si riteneva che il distanziarsi dal corpo peccaminoso potesse portare più vicino all’essere divino, visto come incorporeo. Ma i mistici, anche coloro che giungevano da tali tradizioni, not potevano sfuggire dal fare esperienza del corpo nella sua completezza.

Nella nostra volontà di espansione della consapevolezza il corpo non può essere ignorato. Almaas (nome di penna di Hameed Ali), ha espresso in qyesti termini la connessione con il corpo nei percorsi di ricerca spiritiuale:

Quando diventiamo più presenti nei nostri corpi, nelle nostre pance, possiamo avvicinarci alla nostra essenza che è verità, che ci fa conoscere ciò che è vero, ciò che è falso, non tramite deduzioni logiche o inconscie. Semplicemente, sai. Sei più vicino a quel senso sottile che è la verità. (A.H. Almaas. Elements of the Real in Man (Diamond Heart Book One). Diamond Books. Berkeley. 1987)

Eckhart Tolle lo ha espresso in termini simili:

L’ancora più potente per stare presenti nel corpo è di vivere nel corpo. Questo significa porre parte della propria attenzione all’energia interiore del corpo, sentire, percepire la presenza animata che d° vita al corpo, che in definiitiva è consapevolezza stessa. Il corpo fisico è un’espressione temporanea di tale consapevolezza. Quindi per connettersi con il corpo fisico, anche mentre si percepisce e si interagisce con il mondo circostante, e porre un po’ di attenzione al campo di energia interiore e sentire la vitalità presente in ogni cellula e ogni organo come una singola sensatione. Quindi sarete radicati nel vostro corpo, che diviene l’ancora per essere presenti e per star fuori dal rumore mentale. (da Lynn Marie Lumiere and John Lumiere-Wins, The Awakening West, Oakland: Clear Visions Publications, 2000).

Sentire la presenza e la connessione con i nostri corpi quindi è un necessario radicamento  pe rmantenere le menti sane in una condizione tecnologicamente saturata, disincarnata e schizoide. “Se una persona non agisce nella realtà, ma solo nella fantasia, diviene essa stessa irreale“, scriveva Ronald Laing nel 1959, basandosi sulle osservazioni dei suoi pazienti, nel suo libro L’io diviso (Einaudi. Torino. 1969), mentre Marshall McLuhan scrisse che “Ricevendo continuamente tecnologie ci poniamo nei loro confronti come altrettanti servomeccanismi”. Attraverso la corsa tecnologica verso la digitalizzazione della realtà, rischiamo di abbandonare i corpi e dividere anche le menti, senza però trovare alcunché di più elevato da unire alla nostra anima, a differenza di ciò che è previsto nei percorsi spirituali Orientali.

Vi è una eco di una verità più profonda nel desiderio di rimpiazzare la realtà con una virtuale: la verità che il mondo così come lo vediamo non è la fine della storia. Ma attraverso la realtà virtuale potremmo distorcere anche ulteriormente le lenti della mente, creando un nuovo strato di maya illusorio. Invece di liberarci dalla mente che mente, liberiamo la mente dalle “restrizioni” del corpo, avvicinandoci al realizzare i sogno Cartesiano. Ma la mente privata di una connessione sentita con il corpo non avrà il supporto dalla nostra intelligenza incorporata e diventerà compulsiva nel rincorrere qualunque bit informativo che appare nella nostra già frammentaria attenzione, trasformando la nostra mente in un servomeccanismo della tecnologia. Non è un caso che le tecniche di meditazione rinforzano le nostre capacità di concentrazione, do solito dando attenzione ad una parte del corpo o alle sensazioni.

Comunque, anche senza alcuna vita tecnologica virtuale, l’irreale non può essere evitato. Lila, il gioco divino della coscienza universale, ha giocato a nascondino molto prima che la mente umana creasse una nuova versione hi-tech del gioco. Molti insegnanti spirituali affermano che viviamo in uno stato di sogno, osservando la realtà con il filtro del velo di maya che conferisce alla mente parecchi strati di condizionamenti. Forse lila si diverte a nascondersi ancora più in profondità, aggiungendo un ulteriore strato incoraggiando la mente collettiva nella costruzione della sua rappresentaione della realtà. Alla fine, lila si stancherà di giocare e rivelerà la vera natura della realtà, magari tramite un’apparente nascondiglio ancora più ingegnoso.

“Per esaminare Maya, è necessario un Maya più profondo”, disse Swami Nityananda, mentre Nisargadatta Maharaj affermò: “Lascia che il sogno si svolga fino alla fine. Non puoi farci niente. Ma puoi vedere il sogno come tale, rifiutandoti di dargli il marchio di realtà.”, suggerendo di porre attenzione al riconoscere il falso. Poiché l’anima autentica senza tempo (l’atman) non può essere simulata né fabbricata, Osho disse che “entrando sempre più profondamente nell’artificiale, la scienza aiuta la religione, estendendo i limiti di ciò che può essere fabbricato e quindi definendo ciò che l’Atman non è”. Ciò che verrà lasciato induetro dai militi dell’artificio non può essere altro che il reale.

Nella tradizione Buddista c’è la metafora dell’illusione del nostro ego come una spina conficcata nella pelle, dove  gli insegnamenti buddisti rappresentano una seconda spina, utile per estrarre la prima. Quindi possiamo liberarci di entrambe. Anche un’illusione può penetrare nella realtà finale, come nella storia Zen “Senza più acqua, senza più luna”, dove la suora raggiunse l’illuminazione quando il vecchio secchio si ruppe e non vi fu più alcuna acqua nel secchio, più alcuna luna riflessa nell’acqua e, improvvisamente neanche più la mente che distorceva la realtà.

Quindi la via tecnologica per disconnettersi dalla realtà potrebbe essere come la luna riflessa nel secchio che, nel momento in cui diveniamo consapevoli della sua irrealtà (magari tramite la grande tempesta elettromagnetica prevista per i prossimi anni che potrebbe bloccare ogni strumento elettronico), potrebbe liberare la mente dalle altre oscurità?

Non conosco i progetti di lila, e forse non ve ne sono proprio, come quando giocano i bimbi, ma poiché la suora stava trasportando acqua, non scrivendo su Twitter, chattando, nevigando nel web, giocando in borsa online o aggiornando le proprie pagine su Facebook, ella era presente nel sentire il suo corpo e la sua mente era probabilmente vuota per buona parte del tempo, in un stato  più recettivo per essere posseduta dal Vero. In molti percorsi spirituali agli studenti vengono impartire delle azioni ripetitive, quali la pulizia del riso, come modo per rafforzare la presenza e l’attenzione, addomesticando la mente errante. Tali compiti sarebbero una noia mortale, mentre preferiamo, parafrasando Neil Postman, essere intrattenuti fino alla morte.

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