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Quando l’iPhone sostituisce la siringa: la comunicazione come forma di patologia

Laura (ma il nome è di fantasia) è una mia amica. Ha una laurea, ha militato in politica quando era più giovane, ha una casa piena di libri che in buona parte ha letto, aveva un marito che ha lasciato per un altro uomo quando ha cominciato a sentirsi vecchia e ora, non so, forse ha degli amanti. Insomma Laura ha avuto e ancora ha una vita intensa.

Ma qualcosa non torna. Ogni mattina scrive “buongiorno” e ogni sera “buonanotte” su Twitter e di rimbalzo anche su Facebook, e durante il giorno commenta in tempo reale con pensieri irrilevanti le sue attività. Cercare il link giusto da postare sulla sua bacheca online sembra essere diventato per lei tanto importante quanto prendersi cura della propria igiene personale.

È caduta anche nella trappola dei talkshow, specie quelli furbi pensati apposta per gli utenti come lei (che mai guarderebbero “L’Isola dei Famosi” ma che non si perdono una puntata di “Che tempo che fa”…), e mentre guarda la televisione commenta in tempo reale sui social network quello che il conduttore e l’ospite dicono, come se il suo cervello fosse collegato a internet a sua insaputa o come se la sua opinione fosse richiesta da una platea che la segue con attenzione… ma dall’altra parte del suo iPhone non c’è nessuno o, per meglio dire, ci sono milioni di altri naufraghi che, come lei, gridano aiuto alla deriva nel vuoto cosmico della modernità.

Carla è un’altra amica. Ricordo come compativa Berlusconi quando, ai tempi, trapelò la notizia che faceva sparire da tutte le agenzie fotografiche d’Italia le foto che lo ritraevano in pose sbilenche o con smorfie buffe… “che uomo ridicolo e patetico”, diceva. Oggi anche Carla è su Facebook. Ha postato oltre 100 foto che la ritraggono in tutte le situazioni (dal bichini al tailleur), e si capisce lontano un miglio che sono foto scelte per trasmettere di lei l’immagine più fresca e appetibile possibile, sebbene sia una donna di mezza età e abbia una famiglia.

Primi piani studiati allo specchio, pose che simulano spontaneità ma che sono invece calcolate per mostrare ad arte le forme del suo corpo, sguardi intensi che vogliono comunicare dal monitor dio solo sa cosa, scatti che si capisce benissimo sono stati accuratamente selezionati fra migliaia di altri per trasmettere una falsa immagine di sé… proprio come Berlusconi, che tanto la faceva indignare… ai tempi…

Laura e Carla non sono una eccezione. Oggi sono la norma.

Dalla patologia come forma di comunicazione siamo approdati nel giro di qualche anno alla situazione contraria.

Negli ultimi anni i manuali di medicina si sono dovuti aggiornare  per includere le molte Laura e Carla in quelle che ora vengono definite le “nuove sindromi da addiction”, ossia la dipendenza senza sostanze, qualcosa che dovrebbe avere a che fare più con la psicologia che con la patologia, ma pare che l’approccio psicologico non dia i risultati sperati, perché tali comportamenti presentano le stesse caratteristiche della dipendenza fisiologica da sostanze: l’evoluzione ad escalation della cattiva abitudine, il malessere che subentra nell’interrompere il comportamento, l’incapacità di temperare tali impulsi… e pertanto l’unica opzione che resta è trattare questi comportamenti come malattie vere e proprie, con adeguate terapie farmacologiche.

Personalmente sono contro ogni forma di approccio chimico ai problemi dell’anima, quindi non suggerirei mai e poi mai alle mie amiche di cui sopra di farsi prescrivere qualche farmaco di nuova generazione dal loro medico per riuscire a comprendere quanto è insidioso il sentiero che stanno percorrendo… ciò non toglie che bisogna ammettere che nessun approccio di tipo umanistico è realmente in grado di frenare comportamenti sociali, neppure quando incredibilmente stupidi o alienanti o distruttivi, se questi affondano le radici nello spirito del tempo.

Ad esempio, a limitare l’uso dell’automobile non sono stati i dati allarmanti sull’inquinamento; la devastazione dei centri storici che è sotto gli occhi di tutti; l’aumento spropositato di strade, autostrade e parcheggi a discapito di aree verdi e ambienti naturali; il numeri di morti e feriti in incidenti pari a quello di una guerra mondiale; la consapevolezza che intorno al petrolio ruotano alcuni dei più efferati crimini contro l’umanità… a limitare l’uso dell’automobile è stato l’aumento del prezzo della benzina: è solo il fatto che un litro di benzina costi veramente tanto che ha scoraggiato gli individui dal ricorrere all’auto per ogni spostamento.

Gli imperativi rivolti all’etica, alla morale, alla solidarietà, all’ecologia, e a tante altre belle ideologie servono a poco o nulla ai fini del ridimensionamento degli aspetti insidiosi della modernità. Anche essere iperattivi nei social network, fintanto  che sarà coerente con il modello sociale in voga, pur essendo una grave forma di riduzione del Sé e una patologia socio-sintonica, impedirà alle persone di percepirsi come portatrici di un disturbo, di un problema, di un deficit affettivo… “Il vivere all’interno di una cornice culturale e di una pressione sociale dove governano l’immediatezza, l’apparenza, il “vincere facile”, il “qui e ora”, non può e non poteva che portare a forme di patologie coerenti e governate dalla incapacità/impossibilità di contenersi, dalla necessità di soddisfare ogni desiderio e piacere”, fa notare Mauro Croce (1).

Fra le nuove pulsioni create da questo modello sociale c’è l’ossessione per il riconoscimento sociale. Oggi molto più che in passato le persone vogliono essere notate, vogliono essere ammirate e desiderate, vogliono essere sempre al centro dell’attenzione. Perché? Perché sì. Perché questo è riconosciuto come il principale parametro sociale per misurare il proprio valore, e questa idea si è infiltrata talmente in profondità che persino l’autocoscienza e la percezione di sé si basa più sulla visibilità sociale che sulla propria vita reale.

Non è più una questione di narcisismo o di volontà di potere, siamo andati oltre, sta diventando una questione di valori esistenziali, la sorgente da cui scaturiscono le motivazioni per continuare a vivere; ovvero non è più solo una parte della popolazione ad agire (sgomitando, vendendosi, corrompendo…) per cercare di salire quanto più in alto possibile nella scala gerarchica basata su soldi, fama e potere, ma ora questa aspirazione si è diffusa anche fra le persone normali, nate senza una ipertrofia dell’ego.

La spettacolarizzazione del corpus sociale ha fatto credere che non esistono alternative, che non ci sono altre vie: visibilità e autostima coincidono; il successo legato alla visibilità attesta che la propria vita ha un senso, mentre senza visibilità vengono meno anche le motivazioni per agire e il motore che spinge il nostro essere rallenta, perde giri…

Chi potere e successo ce l’ha davvero lo lottizza e lo monopolizza; chi invece non ce l’ha lo simula, per esempio con l’attivismo compulsivo in rete; adottando qualsiasi prodotto o stile di vita che rappresenta la tendenza del momento; consumando la produzione (commerciale ma anche culturale) dei personaggi mediatici e delle star sulla cresta dell’onda… questi sono tutti tentativi di far credere a sé stessi e agli altri che non si è emarginati, che si ha uno spessore sociale rilevante e dunque un alto potenziale intellettuale, che si è proprio al centro del flusso degli eventi, che non si è insomma degli invisibili, degli sfigati.

Essere modaioli non è un complimento e a nessuno piace riconoscersi come tale, eppure allontanarsi dalle mode sociali dominanti risulta impossibile a molti, perché lo avvertono come una perdita di significato della propria vita, e perdendo questo perdono anche la voglia di viverla. Si arriva persino all’eccesso: se i media danno la notizia di un suicidio, ovvero lo spettacolarizzano, subito dopo c’è un picco degli emuli, soprattutto fra i giovani, che subiscono il fascino della glamourisation del gesto suicidale.

“Viviamo nella dimensione dell’anticipazione dei desideri. I desideri non nascono più da pulsioni interne, ma dalla scelta delle soluzioni fornite dall’esterno. Viviamo nell’eccesso: eccesso di mezzi, di strumenti, di ignoranza. Il risultato è incomprensione della realtà, incomprensione di noi stessi, incomprensione.” dice Claudio Misculin, artista che lavorando con i matti ha orizzonti mentali assai più aperti di chiunque altro (2).

Il grande inganno di quest’epoca è dunque proprio questo: quanto più si adottano gli stili di vita dominanti, tanto più si è in grado di dare un significato alla propria vita.

E se le tendenze sociali dicono che il modello vincente è uno e uno soltanto (per esempio: giovane, magro, bello, ricco, famoso…) non c’è scampo alla disillusione di sé e alla perdita di motivazione esistenziale quando da tale modello si è lontani (non meglio, non peggio: lontani), e questo accade nella stragrande maggioranza dei casi, perché la natura non è così stupida da farci tutti uguali.

È il principio di fondo della teoria ariana nazionalsocialista: gli ariani sono la razza vincente, tutte le altre sono perdenti e come tali inutili, da scartare, da eliminare, da incenerire…

In un mondo in cui solo una minima parte sono alti, biondi e con gli occhi azzurri bisognerebbe impedire che passi l’idea che le opportunità debbano essere date solo a quelli alti, biondi e con gli occhi azzurri. Invece è esattamente quello che è accaduto in quest’epoca. Gli “attributi ariani” oggi hanno a che fare più con il riconoscimento sociale che con il colore degli occhi, più con la visibilità mediatica che con la forma degli zigomi… ma la sostanza non cambia: i non-ariani sono isolati, allontanati dai salotti nobili della società, deprivati di qualsiasi opportunità a cui pure avrebbero diritto in virtù dei loro meriti effettivi per far spazio ai membri che appartengono alla giusta “razza”: i parenti di, gli iscritti a, gli amici di, gli appartenenti a, i confratelli con..

Per tutti gli altri, ossia per il 99% della popolazione, non c’è posto nella vita sociale e culturale del Paese, non importa quali meriti e talenti abbiano: si accomodino pure su Facebook per favore, e non rompano i coglioni.

Aver concesso a delle èlite di governare la società, significa aver lasciato che si formasse una società su base elitaria. Oggi questo boomerang sta tornando indietro e gli effetti sono che la solitudine e il tedium vitae stanno diffondendosi a macchia d’olio, e non perché sono le pulsioni più forti dell’animo umano, bensì perché sono stati annichiliti i loro naturali antidoti: la capacità di provare interesse per il mondo circostante, di coltivare una rete relazionale locale, di sopportare un po’ di fatica e sofferenza (inevitabili e congenite alla natura stessa della vita), di accettarsi per come si è, di trarre piacere da ciò di cui disponiamo realmente… insomma l’incapacità di vivere nella realtà.

E non a caso uno dei business più fiorenti in quest’epoca di smarrimento è qualcosa che vent’anni fa neppure il più cinico profeta del futuro avrebbe potuto immaginare: i social network, ossia un nuovo mercato che gestisce le relazioni sociali e amicali. Questo mostra chiaramente ciò che Jean Baudrillard ha indicato essere la conseguenza più grave della postmodernità: l’uccisione del reale.

Chi ha abbassato la guardia e si è lasciato sedurre dagli abili manipolatori sociali, ora si trova senza le naturali risorse di rigenerazione del Sé di cui l’anima – ogni anima – dispone, e compie il primo passo verso quelle che il filosofo canadese Ian Hacking ha definito “malattie mentali transitorie”, ossia comportamenti deviati non a causa di una effettiva patologia insita nell’individuo, ma della sua incapacità a sottrarsi a condizioni di vita contestuali e storiche che generano, appunto, stati mentali patologici. Ripristinando una condizione equilibrata di vita, si ripristina la salute mentale del soggetto.

Bene, ora la domandona finale: come fare a ripristinare condizioni di vita salutari e appaganti – almeno per sé se non per l’intera comunità – che inducano spontaneamente ad allontanarsi dalle patologie sociali e riappropriarsi della propria identità?

Note

1 – “Consuma senza limiti, ma con moderazione”, di Mauro Croce, pubblicato sul numero 255 agosto/settembre 2011 di “Animazione Sociale”.

2 – Tratto da “Noi, gli errori che permettono la vostra intelligenza” di Claudio Misculin, pubblicato su “Communitas” n. 12/2006.

Originalmente pubblicato su Ellin Selae n. 107

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TV and the Internet: Dullness and Restless

Per svariati impegni in questo periodo non riesco piu’ a gestire la doppia lingua. Poiche’ la maggior parte dei visitatori di questo blog arriva dall’estero, dovendo scegliere, ho optato temporaneamente per una lingua internationale. Credo che la maggior parte dei visitatori italiani di questo sito conosca l’inglese.

Clicca sulla bandierina britannica in alto a destra per l’articolo in inglese.

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Il soma per le menti globalizzate

In tutto il mondo, chi usa Internet clicca sulle stesse icone, usa le medesime scorciatoie linguistiche nelle email e nelle chat, si connette con gli altri attraverso le stesse modalità di Facebook. Questa è la globalizzazione delle menti. Nel processo di digitalizzazione della realtà, a prescindere dai contenuti, usiamo prevalentemente gli stessi limitati canali mentali e interagiamo con gli stessi strumenti.

Portiamo gli stessi atteggiamenti, gesti e procedure nel lavoro, nelle relazioni, nello shopping, nella comunicazione con gli amici, nell’eccitazione sessuali e nella ricerca scientifica. Con il risultato che ognuna di tali attività viene impoverita da questo fenomeno. Tutto viene visto come un sistema informativo, dalla digitalizzazione del territorio (come Google Earth e i software di realtà aumentata) alla nostra biologia.

La cultura giudeo-cristiana mette la natura e il mondo materiale a disposizione dell’uomo. Agire su di essi è un modo per compiere opere buone e riacquistare la perfezione perduta dell’Eden. In questa cultura che ha considerato i miracoli prove dell’esistenza di Dio, abbiamo sviluppato tecnologie che ricordano il miracoloso e il divino. Quindi ci sentiamo costretti a salutare l’avvento di nuovi ausili tecnologici con la retorica della pace, del progresso, della prosperità e della comprensione reciproca.

Il telegrafo, il telefono, la radio, la TV e altri media sono stati considerati strumenti della democrazia, della pace mondiale, della comprensione e della libertà d’espressione. Internet è solo l’ultimo di una serie di messia dalle facili promesse. Tuttavia, non abbiamo una quantità maggiore di democrazia nel mondo. In realtà, i media e i poteri forti sono più forti che mai, mentre la libertà di espressione è stata rimodellata dal controllo da parte delle imprese e dei governi.

Internet, come la TV, si sta trasformando in un intrattenimento che rincoglionisce la gente nel chiuso delle loro case, dove sarà incapace di mettere in discussione il sistema. A differenza della TV, le cui attrazioni sono comunque comprese tra l’inizio e la fine di uno show, Internet, i videogame e gli smartphone non hanno pause o conclusioni strutturali. Agganciati a un flusso continuo di informazioni “in tempo reale”, ci allontaniamo ancora di più dal tempo disponibile e dal reale.

Forse Internet è già il nuovo soma di una società fortemente degradata dal punto di vista economico e ambientale. Ma visti i grandi investimenti economici e psicologici connessi alla Rete, criticarne gli effetti è come maledire Dio.

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Il capitalismo tecno-nichilista, intervista con Mauro Magatti

Ivo Quartiroli: Prof. Magatti, come definirebbe il capitalismo tecno-nichilista, oggetto del suo libro Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista (Feltrinelli. 2009) e in cosa differisce dalle fasi precedenti del capitalismo?

Mauro Magatti: Il tentativo è di dare un inquadramento unitario agli ultimi trent’anni che cominciarono con l’avvento nei paesi anglosassoni del cosiddetto neo-liberismo. Il lavoro ricalca, riprende, sviluppa tesi di colleghi autorevoli, in particolare il lavoro di Boltanski in Francia, di Bauman in Inghilterra e di Beck in Germania.

L’idea che questi trent’anni costituiscano qualcosa di unitario, che si distacca molto dal periodo precedente, che io chiamo capitalismo societario, è basato non solo sullo stato nazionale, ma sugli effetti sociali ed economici che lo stato nazionale non è in grado di determinare e che normalmente vanno riferiti all’idea della società del welfare. La caratteristica fondamentale del capitalismo tecno-nichilista è una sorta di nuova visione del mondo, di weltenshaung, che fa del nichilismo, tradizionalmente un impianto filosofico che si esprime nella fasi di decadenza quando si devono distruggere i valori che si sono stabilizzati nel corso del tempo, una visione utile per un’accelerazione della crescita sia economica che tecnologica molto rapida e su scala planetaria.

C’è un capitalismo che cerca di liberarsi dal sustrato culturale che lo stato nazionale aveva depositato. Questo capitalismo cerca invece di mostrarsi in questa alleanza tra una tecnica che come tale si propone di essere astratta, cioé con un vincolo culturale molto contenuto se non addirittura assente e d’altra parte una piena disponibilità, una piena manipolabilità di tutti i significati culturali che devono continuamente essere rimessi in gioco, superati ed essere disposti alla trasformazione.

Quartiroli: Lei afferma che la tecnica conferisce una libertà immaginaria, eppure molti, basandosi su questa stessa intervista potrebbero affermare il contrario. Ho conosciuto il suo libro in rete, le ho scritto una email, lei gentilmente mi ha concesso un’intervista, che effettuiamo tramite skype e che verrà pubblicata sui miei blog. Questo ci dà un’ampia libertà, non abbiamo le costrizioni editoriali di spazio o un direttore che debba approvare la conversazione. Non necessitiamo neanche di una data di scadenza per la pubblicazione online. Ciliegina sulla torta, possiamo raggiungere centinaia o forse migliaia di lettori in ogni parte del mondo in modo diretto.

Kevin Kelly, uno dei più convinti fautori della tecnologia, nel suo recente articolo Expansion of Free Will afferma che “La tecnologia porta alle scelte. Internet, più di qualsiasi altra tecnologia precedente, offre scelte ed opzioni.”  E poi “il technium continua ad espandere la libera scelta mentre si scolge nel futuro. Ciò che la tecnologie vuole è più libertà e una libera scelta più ampia”. L’idea di libertà e di espansione delle nostre possibilità viene rincorsa da ogni gadget tecnologico e da ogni software che interagisce con noi. Sembra tutto molto piacevole, libero e soddisfacente, cos’è che non quadra quindi in questa espansione delle nostre possibilità?

Magatti: La citazione di Kelly è ottima e coglie esattamente il punto, e cioé che il capitalismo tecno-nichilista, superando in questo la fase precedente del capitalismo societario, si legittima in modo di questo suo aumento delle opportunità, che poi si lega al tema della scelta.

Indubbiamente nessuno può negare che in termini generali, passare da una situazione in cui abbiamo meno opportunità e meno possibilità di scelta ad una nella quale abbiamo invece la possibilità di fare più cose in un certo senso certamente aumenta la libertà, ad esempio potersi spostare più rapidamente da una parte all’altra del globo ci dà più possibilità di “fare”.

La questione è cosa succede in um mondo dove la libertà di scelta, questo aumento delle opportunità si produce con la velocità che constatiamo nella nostra vita personale e collettiva. Dobbiamo anche chiederci se questo aumento poi non ha conseguenze sulla libertà che vogliamo raggiungere.

Faccio un esempio concreto per capire il punto: la libertà è un po’ come l’occhio. L’occhio si apre a ciò che si pone davanti, è un organo di senso in qualche modo indeterminato e la sua indeterminatezza va messa in relazione a ciò che si vede. L’aumento così accelerato della scelta nell’esperienza individuale ci pone nella condizione di un eccesso di cose a cui possiamo guardare, come cambiamenti fondamentali nel nostro modo di guardare, ma anche addirittura soggetta a quei sistemi molto potenti che sono deputati a metterti davanti agli occhi questo e quest’altro.

Questo porta al rischio che diventiamo esseri a trazione esteriore: qualche cosa viene prospettata come scelta, gradevole e che ci aumenta la nostra potenza, la nostra realizzazione, ma con il rischio che la libertà imploda su se stessa e che ci consegni mani e piedi a qualche cosa che è fuori di sé.

A questo primo problema se ne aggiunge poi un secondo e cioé che tutte queste opportunità che ci vengono presentate, per moltissimi non sono poi così concrete come si pretenderebbe fossero. Quindi le opportunità che vengono presentate rimangono puramente illusorie, fantasticate, e ci si rifugia quindi in soluzioni, per banalizzzare il discorso, miracolistiche o addirittura magiche come potrebbe essere la vincita di 130 milioni al Superenalotto che ci consentirebbe poi di fare tutto ciò che vogliamo, almeno nella fantasia.

Almeno per queste due ragioni, quel mondo con più opportunità che viene che in linea di principio è associato certamente ad un aumento di libertà, rischia poi soprendentemente di ingabbiarla nuovamente. Nel libro il mio tentativo non è quello di immaginare un mondo in cui torniamo a limitare le opportunità ma interrogarci sulla nostra libertà e di capire se siamo così liberi come pensiamo di essere. (altro…)

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Are bloggers a new elite?

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Wired author Ryan Singel wrote an article about the Huffington Post “being accused of slimy business practices by a handful of smaller publications who say the site is unfairly copying and publishing their content.” Singel quotes Moser, an editor at alternative weekly Chicago Reader, saying:

If the future of journalism – which everyone keeps telling me The Huffington Post represents – is a bunch of search-engine optimization scams, we have bigger problems than Sam Zell’s bad investment strategies.

Let me quote Plato in Phaedrus:

Socrates: At the Egyptian city of Naucratis, there was a famous old god, whose name was Theuth; the bird which is called the Ibis is sacred to him, and he was the inventor of many arts, such as arithmetic and calculation and geometry and astronomy and draughts and dice, but his great discovery was the use of letters. Now in those days the god Thamus was the king of the whole country of Egypt; and he dwelt in that great city of Upper Egypt which the Hellenes call Egyptian Thebes, and the god himself is called by them Ammon. To him came Theuth and showed his inventions, desiring that the other Egyptians might be allowed to have the benefit of them; he enumerated them, and Thamus enquired about their several uses, and praised some of them and censured others, as he approved or disapproved of them. It would take a long time to repeat all that Thamus said to Theuth in praise or blame of the various arts. But when they came to letters, This, said Theuth, will make the Egyptians wiser and give them better memories; it is a specific both for the memory and for the wit. Thamus replied: O most ingenious Theuth, the parent or inventor of an art is not always the best judge of the utility or inutility of his own inventions to the users of them. And in this instance, you who are the father of letters, from a paternal love of your own children have been led to attribute to them a quality which they cannot have; for this discovery of yours will create forgetfulness in the learners’ souls, because they will not use their memories; they will trust to the external written characters and not remember of themselves. The specific which you have discovered is an aid not to memory, but to reminiscence, and you give your disciples not truth, but only the semblance of truth; they will be hearers of many things and will have learned nothing; they will appear to be omniscient and will generally know nothing; they will be tiresome company, having the show of wisdom without the reality.

Nobody challenges the importance of letters in our world any more, not even philosophers who use them for elaborating their thoughts. Socrates was not an ordinary philosopher, but a wise and enlightened man who reached spiritual heights beyond conceptual thoughts.

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L’autore della rivista Wired Ryan Singel ha scritto un articolo a proposito dello Huffington Post, un famoso blog di informazione “accusato di scorrette pratiche commerciali da alcune pubblicazioni minori che affermano che il sito copia e pubblica ingiustamente i loro contenuti”. Singel cita Moser, un editor del settimanale Chicago Reader che afferma:

Se il futuro del giornalismo, che tutti quanti dicono che lo Huffington Post rappresenta, è un insieme di trucchi e truffe per ottimizzare gli accessi per i motori di ricerca, abbiamo dei problemi enormi.

Vorrei citare Platone nel Fedro:

Socrate: Ho sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in Egitto, c’era uno degli antichi dèi del luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano ibis; il nome della divinità era Theuth. Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura. Re di tutto l’Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il suo dio Ammone. Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse l’utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava. Molti, a quanto si racconta, furono i pareri che Thamus espresse nell’uno e nell’altro senso a Theuth su ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza».
Allora il re rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c’è chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell’anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti».

Nessuno mette più in discussione l’importanza della scrittura nel nostro mondo, neanche i filosofi che la usano per l’elaborazione dei loro pensieri. Socrate non era un filosofo qualunque, ma un uomo saggio e illuminato che aveva raggiunto delle vette spirituali al di là del pensiero concettuale.

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Questions about the media

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Marshall McLuhan summarized his view of the media in a model called the tetrad of media effects. The tetrad asks the following four questions about any medium to evaluate its qualities.

1) What does the medium increase? For example, TV amplifies the view of the whole world from our homes.

2) What does the medium make obsolete? TV makes family communication obsolete.

3) What does the medium retrieve that had been obsolete earlier? TV provokes a re-tribalization and homogenization of cultures.

4) What does the medium turn into when pushed to extremes? TV can turn in a global Big Brother show where everybody is on the airwaves. TV as well can become a tool of social manipulation.

The number and role of the media in our lives having expanded exponentially since McLuhan’s times, both in terms of the time we dedicate to them and the scope of their applications in our lives, we need to probe the media with a broader range of questions.

I won’t consider the computer and Internet as individual media since they are sums of several media, both traditional and new. Using a computer to write, shop, program software, look at porn or read news are different modalities which involve different needs, though they share the same tool.

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Marshall McLuhan sintetizzò le sue idee sui media in un modello chiamato la tetrade degli effetti dei media. La tetrade usa le seguenti quattro domande per valutare un medium:

1) Cosa permette di espandere il medium? Per esempio, la TV amplifica l’immagine che abbiamo del mondo dalle nostre case.

2) Cosa rende obsoleto? La TV rende obsoleta la comunicazione all’interno della famiglia.

3) Cosa recupera che era divenuto obsoleto in precedenza? La TV provoca una ri-tribalizzazione e un’omogeneizzazione delle culture.

4) Cosa succede quando i limiti del medium vengono spinti agli estremi? La TV può trasformarsi in un unico Grande Fratello in cui la vita di ognuno è in diretta. La TV può anche diventare uno strumento di manipolazione sociale.

Poiché oggigiorno il numero e la funzione dei media si sono espansi in misura esponenziale rispetto ai tempi di McLuhan – in termini sia di tempo che dedichiamo a essi sia di loro ricadute nella nostra vita – abbiamo bisogno di vagliarli tramite più domande.

Non considererò i computer e Internet come media singoli, in quanto sono la somma di diversi media, sia tradizionali che nuovi. Usare un computer per scrivere, fare acquisti, programmare, guardare pornografia o leggere notizie sono modalità diverse che rispondono a bisogni diversi, benché usino lo stesso strumento.

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Bytes and bites of the net

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It is said that in the ancient tantric traditions, some practitioners used to test their awareness by taking intoxicants or being bitten by poisonous snakes while they still kept their whole consciousness.

One of the tantric practices of our information society could be to be aware of ourselves while we are connected to the Internet and tend to lose ourselves in the objects of our attention.

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Si dice che nelle antiche tradizioni tantriche alcuni praticanti testavano la propria consapevolezza assumendo sostanze intossicanti o facendosi mordere da serpenti velenosi, mantenendo sempre uno stato di piena coscienza.

Una delle pratiche tantriche della nostra società dell’informazione potrebbe essere restare consapevoli di noi stessi mentre siamo connessi a Internet e tendiamo a perderci negli oggetti della nostra attenzione.

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Is Internet empowering us?

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Since the beginning, Internet has been regarded as an instrument of democracy and Internet activism grew over the years. The Net is considered a decentralization tool that gives the power back to small groups and individuals.

But are we really empowered through technology? The 60’s students’ movement was very influential in society and well organized, maybe not even in spite of the lack of technologies but because of that lack. People had to rely on personal connections.

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Sin dall’inizio, Internet è stata considerata uno strumento di democrazia, e l’attivismo legato a Internet è cresciuto nel corso degli anni. La Rete viene vista come un mezzo di decentralizzazione, che restituisce il potere agli individui e ai piccoli gruppi.

Ma Internet aumenta davvero il nostro potere? Il movimento studentesco degli anni ’60 era ben organizzato e molto influente nella società, e forse questo non avveniva nonostante l’arretratezza tecnologica, ma grazie a essa. La gente doveva fare affidamento sui contatti personali.

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Downloading our life on Internet

Sinapsi frattali[en]

The technological society permeates more and more every part of our life and we are downloading more and more parts of our real life onto the Net. Personal communications, finance, work, news, work, dating, shopping are just few of the activities that have been moved massively to the Net. Those are separate areas of our life where we usually apply different modalities of our mind.

Our attitude is different when we are at work, when we are shopping, when we talk to a friend or when we are communicating with somebody we are attracted to in a sensuous and intimate way. In addition, we usually have different settings for the different range of life activities. As we activate different parts of our mind, our body is involved as well. On the other hand, when we are stuck in front of a screen, our setting is always the same and the dynamic and tactile experience is missing.

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La società tecnologica permea sempre più ogni parte della nostra vita, e noi stiamo scaricando come fosse un download sempre più parti della nostra vita reale in Rete. La comunicazione tra le persone, gli affari, le notizie, il lavoro, gli amici, la ricerca di un partner, lo shopping sono solo alcune delle attività che sono state massicciamente trasferite in Rete. Si tratta di aeree distinte della nostra vita che solitamente richiedono l’attivazione della nostra mente in modalità diverse.

Il nostro atteggiamento cambia a seconda che siamo al lavoro, facciamo shopping, parliamo con un amico o comunichiamo con qualcuno che ci attrae sentimentalmente o sessualmente. Di solito, abbiamo diversi ambienti e situazioni esterne per i diversi tipi di attività. E non solo attiviamo aree diverse della mente, ma anche il corpo ne viene coinvolto. Invece, quando siamo fermi di fronte a uno schermo, il nostro ambiente esteriore è sempre lo stesso e mancano le dimensioni dinamica e tattile. [/it] (altro…)

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Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0
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