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Quando l’iPhone sostituisce la siringa: la comunicazione come forma di patologia

Laura (ma il nome è di fantasia) è una mia amica. Ha una laurea, ha militato in politica quando era più giovane, ha una casa piena di libri che in buona parte ha letto, aveva un marito che ha lasciato per un altro uomo quando ha cominciato a sentirsi vecchia e ora, non so, forse ha degli amanti. Insomma Laura ha avuto e ancora ha una vita intensa.

Ma qualcosa non torna. Ogni mattina scrive “buongiorno” e ogni sera “buonanotte” su Twitter e di rimbalzo anche su Facebook, e durante il giorno commenta in tempo reale con pensieri irrilevanti le sue attività. Cercare il link giusto da postare sulla sua bacheca online sembra essere diventato per lei tanto importante quanto prendersi cura della propria igiene personale.

È caduta anche nella trappola dei talkshow, specie quelli furbi pensati apposta per gli utenti come lei (che mai guarderebbero “L’Isola dei Famosi” ma che non si perdono una puntata di “Che tempo che fa”…), e mentre guarda la televisione commenta in tempo reale sui social network quello che il conduttore e l’ospite dicono, come se il suo cervello fosse collegato a internet a sua insaputa o come se la sua opinione fosse richiesta da una platea che la segue con attenzione… ma dall’altra parte del suo iPhone non c’è nessuno o, per meglio dire, ci sono milioni di altri naufraghi che, come lei, gridano aiuto alla deriva nel vuoto cosmico della modernità.

Carla è un’altra amica. Ricordo come compativa Berlusconi quando, ai tempi, trapelò la notizia che faceva sparire da tutte le agenzie fotografiche d’Italia le foto che lo ritraevano in pose sbilenche o con smorfie buffe… “che uomo ridicolo e patetico”, diceva. Oggi anche Carla è su Facebook. Ha postato oltre 100 foto che la ritraggono in tutte le situazioni (dal bichini al tailleur), e si capisce lontano un miglio che sono foto scelte per trasmettere di lei l’immagine più fresca e appetibile possibile, sebbene sia una donna di mezza età e abbia una famiglia.

Primi piani studiati allo specchio, pose che simulano spontaneità ma che sono invece calcolate per mostrare ad arte le forme del suo corpo, sguardi intensi che vogliono comunicare dal monitor dio solo sa cosa, scatti che si capisce benissimo sono stati accuratamente selezionati fra migliaia di altri per trasmettere una falsa immagine di sé… proprio come Berlusconi, che tanto la faceva indignare… ai tempi…

Laura e Carla non sono una eccezione. Oggi sono la norma.

Dalla patologia come forma di comunicazione siamo approdati nel giro di qualche anno alla situazione contraria.

Negli ultimi anni i manuali di medicina si sono dovuti aggiornare  per includere le molte Laura e Carla in quelle che ora vengono definite le “nuove sindromi da addiction”, ossia la dipendenza senza sostanze, qualcosa che dovrebbe avere a che fare più con la psicologia che con la patologia, ma pare che l’approccio psicologico non dia i risultati sperati, perché tali comportamenti presentano le stesse caratteristiche della dipendenza fisiologica da sostanze: l’evoluzione ad escalation della cattiva abitudine, il malessere che subentra nell’interrompere il comportamento, l’incapacità di temperare tali impulsi… e pertanto l’unica opzione che resta è trattare questi comportamenti come malattie vere e proprie, con adeguate terapie farmacologiche.

Personalmente sono contro ogni forma di approccio chimico ai problemi dell’anima, quindi non suggerirei mai e poi mai alle mie amiche di cui sopra di farsi prescrivere qualche farmaco di nuova generazione dal loro medico per riuscire a comprendere quanto è insidioso il sentiero che stanno percorrendo… ciò non toglie che bisogna ammettere che nessun approccio di tipo umanistico è realmente in grado di frenare comportamenti sociali, neppure quando incredibilmente stupidi o alienanti o distruttivi, se questi affondano le radici nello spirito del tempo.

Ad esempio, a limitare l’uso dell’automobile non sono stati i dati allarmanti sull’inquinamento; la devastazione dei centri storici che è sotto gli occhi di tutti; l’aumento spropositato di strade, autostrade e parcheggi a discapito di aree verdi e ambienti naturali; il numeri di morti e feriti in incidenti pari a quello di una guerra mondiale; la consapevolezza che intorno al petrolio ruotano alcuni dei più efferati crimini contro l’umanità… a limitare l’uso dell’automobile è stato l’aumento del prezzo della benzina: è solo il fatto che un litro di benzina costi veramente tanto che ha scoraggiato gli individui dal ricorrere all’auto per ogni spostamento.

Gli imperativi rivolti all’etica, alla morale, alla solidarietà, all’ecologia, e a tante altre belle ideologie servono a poco o nulla ai fini del ridimensionamento degli aspetti insidiosi della modernità. Anche essere iperattivi nei social network, fintanto  che sarà coerente con il modello sociale in voga, pur essendo una grave forma di riduzione del Sé e una patologia socio-sintonica, impedirà alle persone di percepirsi come portatrici di un disturbo, di un problema, di un deficit affettivo… “Il vivere all’interno di una cornice culturale e di una pressione sociale dove governano l’immediatezza, l’apparenza, il “vincere facile”, il “qui e ora”, non può e non poteva che portare a forme di patologie coerenti e governate dalla incapacità/impossibilità di contenersi, dalla necessità di soddisfare ogni desiderio e piacere”, fa notare Mauro Croce (1).

Fra le nuove pulsioni create da questo modello sociale c’è l’ossessione per il riconoscimento sociale. Oggi molto più che in passato le persone vogliono essere notate, vogliono essere ammirate e desiderate, vogliono essere sempre al centro dell’attenzione. Perché? Perché sì. Perché questo è riconosciuto come il principale parametro sociale per misurare il proprio valore, e questa idea si è infiltrata talmente in profondità che persino l’autocoscienza e la percezione di sé si basa più sulla visibilità sociale che sulla propria vita reale.

Non è più una questione di narcisismo o di volontà di potere, siamo andati oltre, sta diventando una questione di valori esistenziali, la sorgente da cui scaturiscono le motivazioni per continuare a vivere; ovvero non è più solo una parte della popolazione ad agire (sgomitando, vendendosi, corrompendo…) per cercare di salire quanto più in alto possibile nella scala gerarchica basata su soldi, fama e potere, ma ora questa aspirazione si è diffusa anche fra le persone normali, nate senza una ipertrofia dell’ego.

La spettacolarizzazione del corpus sociale ha fatto credere che non esistono alternative, che non ci sono altre vie: visibilità e autostima coincidono; il successo legato alla visibilità attesta che la propria vita ha un senso, mentre senza visibilità vengono meno anche le motivazioni per agire e il motore che spinge il nostro essere rallenta, perde giri…

Chi potere e successo ce l’ha davvero lo lottizza e lo monopolizza; chi invece non ce l’ha lo simula, per esempio con l’attivismo compulsivo in rete; adottando qualsiasi prodotto o stile di vita che rappresenta la tendenza del momento; consumando la produzione (commerciale ma anche culturale) dei personaggi mediatici e delle star sulla cresta dell’onda… questi sono tutti tentativi di far credere a sé stessi e agli altri che non si è emarginati, che si ha uno spessore sociale rilevante e dunque un alto potenziale intellettuale, che si è proprio al centro del flusso degli eventi, che non si è insomma degli invisibili, degli sfigati.

Essere modaioli non è un complimento e a nessuno piace riconoscersi come tale, eppure allontanarsi dalle mode sociali dominanti risulta impossibile a molti, perché lo avvertono come una perdita di significato della propria vita, e perdendo questo perdono anche la voglia di viverla. Si arriva persino all’eccesso: se i media danno la notizia di un suicidio, ovvero lo spettacolarizzano, subito dopo c’è un picco degli emuli, soprattutto fra i giovani, che subiscono il fascino della glamourisation del gesto suicidale.

“Viviamo nella dimensione dell’anticipazione dei desideri. I desideri non nascono più da pulsioni interne, ma dalla scelta delle soluzioni fornite dall’esterno. Viviamo nell’eccesso: eccesso di mezzi, di strumenti, di ignoranza. Il risultato è incomprensione della realtà, incomprensione di noi stessi, incomprensione.” dice Claudio Misculin, artista che lavorando con i matti ha orizzonti mentali assai più aperti di chiunque altro (2).

Il grande inganno di quest’epoca è dunque proprio questo: quanto più si adottano gli stili di vita dominanti, tanto più si è in grado di dare un significato alla propria vita.

E se le tendenze sociali dicono che il modello vincente è uno e uno soltanto (per esempio: giovane, magro, bello, ricco, famoso…) non c’è scampo alla disillusione di sé e alla perdita di motivazione esistenziale quando da tale modello si è lontani (non meglio, non peggio: lontani), e questo accade nella stragrande maggioranza dei casi, perché la natura non è così stupida da farci tutti uguali.

È il principio di fondo della teoria ariana nazionalsocialista: gli ariani sono la razza vincente, tutte le altre sono perdenti e come tali inutili, da scartare, da eliminare, da incenerire…

In un mondo in cui solo una minima parte sono alti, biondi e con gli occhi azzurri bisognerebbe impedire che passi l’idea che le opportunità debbano essere date solo a quelli alti, biondi e con gli occhi azzurri. Invece è esattamente quello che è accaduto in quest’epoca. Gli “attributi ariani” oggi hanno a che fare più con il riconoscimento sociale che con il colore degli occhi, più con la visibilità mediatica che con la forma degli zigomi… ma la sostanza non cambia: i non-ariani sono isolati, allontanati dai salotti nobili della società, deprivati di qualsiasi opportunità a cui pure avrebbero diritto in virtù dei loro meriti effettivi per far spazio ai membri che appartengono alla giusta “razza”: i parenti di, gli iscritti a, gli amici di, gli appartenenti a, i confratelli con..

Per tutti gli altri, ossia per il 99% della popolazione, non c’è posto nella vita sociale e culturale del Paese, non importa quali meriti e talenti abbiano: si accomodino pure su Facebook per favore, e non rompano i coglioni.

Aver concesso a delle èlite di governare la società, significa aver lasciato che si formasse una società su base elitaria. Oggi questo boomerang sta tornando indietro e gli effetti sono che la solitudine e il tedium vitae stanno diffondendosi a macchia d’olio, e non perché sono le pulsioni più forti dell’animo umano, bensì perché sono stati annichiliti i loro naturali antidoti: la capacità di provare interesse per il mondo circostante, di coltivare una rete relazionale locale, di sopportare un po’ di fatica e sofferenza (inevitabili e congenite alla natura stessa della vita), di accettarsi per come si è, di trarre piacere da ciò di cui disponiamo realmente… insomma l’incapacità di vivere nella realtà.

E non a caso uno dei business più fiorenti in quest’epoca di smarrimento è qualcosa che vent’anni fa neppure il più cinico profeta del futuro avrebbe potuto immaginare: i social network, ossia un nuovo mercato che gestisce le relazioni sociali e amicali. Questo mostra chiaramente ciò che Jean Baudrillard ha indicato essere la conseguenza più grave della postmodernità: l’uccisione del reale.

Chi ha abbassato la guardia e si è lasciato sedurre dagli abili manipolatori sociali, ora si trova senza le naturali risorse di rigenerazione del Sé di cui l’anima – ogni anima – dispone, e compie il primo passo verso quelle che il filosofo canadese Ian Hacking ha definito “malattie mentali transitorie”, ossia comportamenti deviati non a causa di una effettiva patologia insita nell’individuo, ma della sua incapacità a sottrarsi a condizioni di vita contestuali e storiche che generano, appunto, stati mentali patologici. Ripristinando una condizione equilibrata di vita, si ripristina la salute mentale del soggetto.

Bene, ora la domandona finale: come fare a ripristinare condizioni di vita salutari e appaganti – almeno per sé se non per l’intera comunità – che inducano spontaneamente ad allontanarsi dalle patologie sociali e riappropriarsi della propria identità?

Note

1 – “Consuma senza limiti, ma con moderazione”, di Mauro Croce, pubblicato sul numero 255 agosto/settembre 2011 di “Animazione Sociale”.

2 – Tratto da “Noi, gli errori che permettono la vostra intelligenza” di Claudio Misculin, pubblicato su “Communitas” n. 12/2006.

Originalmente pubblicato su Ellin Selae n. 107

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The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet

The Digitally Divided SelfThe Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet is on Amazon.

ISBN 9788897233008
274 Pages – Format: 6″ x 9″ – $17.90

It is nearly half a century since Marshall McLuhan pointed out that the medium is the message. In the interim, digital technologies have found an irresistible hook on our minds. With the soul’s quest for the infinite usurped by the ego’s desire for unlimited power, the Internet and social media have stepped in to fill our deepest needs for communication, knowledge and creativity – even intimacy and sexuality. Without being grounded in those human qualities which are established through experience and inner exploration, we are vulnerable to being seduced into outsourcing our minds and our fragile identities.

Intersecting media studies, psychology and spirituality, The Digitally Divided Self exposes the nature of the malleable mind and explores the religious and philosophical influences which leave it obsessed with the incessant flow of information.

I am deeply touched and extremely grateful to the people who took the time to read, support and endorse The Digitally Divided Self. Being my first English book, and basically self-published, I didn’t expect to receive many reviews, much less from such leading thinkers and writers – nor such positive responses.

It was also a surprise to find common interests around eastern spirituality with so many people into technology and media. This makes me hopeful for an evolution of the information society – from chasing external stimulation to inner explorations and silence.

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Praise for Digitally Divided Self

 “Quartiroli’s The Digitally Divided Self is a must read for anyone seeking to understand the ever-increasing hegemony of the digital world in the individual psyche. Drawing on diverse fields and traditions, the author analyzes numerous mechanisms by which IT separates us from ourselves. Readers stand to benefit from such an understanding that is a prerequisite for mounting a defense of one’s individuality.” —Len Bracken, author of several novels and the biography Guy Debord—Revolutionary

 ­“With great insight, Ivo Quartiroli captures the subtle as well as the gross impact that media use has on our individual and collective psyches. The challenge before all of us is how to adapt to the new technology in a healthy way that allows us to retain our essential humanity. He offers us a solution born of his experience and confirmed by neuroscience. This is a must read.” —Hilarie Cash, PhD, co-founder of reSTART: Internet Addiction Recovery Program

 “It is difficult to offer a spiritually based critique of today’s network culture without sounding like a nostalgic Luddite crank. Immersed in the tech, but also in various meditative traditions, Ivo Quartiroli is the perfect person to offer integral wisdom-tech with clarity and bite.” —Erik Davis, author of Techgnosis and Nomad Codes: Adventures in Modern Esoterica.

  “Aware of the profound and rapid psychological and social metamorphosis we are going through as we ‘go digital’ without paying attention, Ivo Quartiroli is telling us very precisely what we are gaining and what we are losing of the qualities and privileges that, glued as we are to one screen or another, we take for granted in our emotional, cognitive and spiritual life. This book is a wake-up call. Steve Jobs and Bill Gates should read it.” —Derrick de Kerckhove, Professor, Facoltà di sociologia, Università Federico II, Naples, former Director of the McLuhan Program in Culture and Technology.

 “The Digitally Divided Self alerts us about the insidious dangers of our growing dependence on Information Technology. Ivo Quartiroli warns us that Internet can easily develop into an addiction that undercuts our connections with nature, with other people, and with our deeper inner reality. The spiritual nourishment coming from genuine relationships is then replaced by the empty calories of fake relationships, with the resulting deterioration of our personal and social lives. Using an incisive style, Ivo Quartiroli can be provocative, iconoclastic, at times exaggerated, but never boring. Behind each observation there are pearls of wisdom that are guaranteed to make you think.” Federico Faggin, designer of the microprocessor.

 “Global culture is not only the latest step in the human evolutionary journey. It is also, as Ivo Quartiroli shows in The Digitally Divided Self, a critical opportunity to apply non-Western techniques of awareness to ensure healthy survival in the 21st century.” —Michael Heim, author of The Metaphysics of Virtual Reality, Virtual Realism, and Electric Language.

 “Question the merits of technology in the past and you’d be called a Luddite. But now technologists are leading the way toward a new, more balanced view of our gadget-driven lives. Drawing from his fascinating expertise in computer science and spirituality, Ivo Quartiroli presents a compelling critique of the corrosive impact of the Net on our humanity. It’s a warning we must heed.” —Maggie Jackson, author of Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age.

“A profoundly premonitory vision of the future of the 21st century, The Digitally Divided Self unlocks the great codes of technological society, namely that the very same digital forces that effectively control the shape and direction of the human destiny are also the founding powers of a new revolution of the human spirit.” —Arthur Kroker, author of The Will to Technology and Canada Research Chair in Technology, Culture and Theory.

 “People today, especially young people, live more on the Internet than in the real world. This has subtle and not-so-subtle effects on their thinking and personality. It is high time to review these effects, to see whether they are a smooth highway to a bright interconnected future, or possibly a deviation that could endanger health and wellbeing for the individual as well as for society. Ivo Quartiroli undertakes to produce this review and does so with deep understanding and dedicated humanism. His book should be read by everyone, whether he or she is addicted to the Internet or has second thoughts about it.” —Ervin Laszlo, President, the Club of Budapest, and Chancellor, the Giordano Bruno Globalshift University.

 “The Mind-Body Split is a pervasive condition/affliction in the developed world, wholly un-recognized; yet fundamental to the great worldwide problems of health, environment, and economic inequity. Ivo Quartiroli’s Digitally Divided Self masterfully examines the effects of the insulated digital experience on the mind and the body self: exacerbating illusions and the Mind-Body Split; and contrasts it to the processes of self-discovery, growth, and healing: true inter-connectedness with nature, each other, and our selves. If the digital age is to solve our real problems, rather than create them, it will be with the knowledge contained in The Digitally Divided Self. Well done!” —Frederic Lowen, son of Alexander Lowen, Executive Director, The Alexander Lowen Foundation

 “Ivo Quartiroli here addresses one of the most pressing questions forced upon us by our latest technologies. In disturbing the deepest relations between the user’s faculties and the surrounding world, our electric media, all of them without exception, create profound disorientation and subsequent discord, personal and cultural. Few subjects today demand greater scrutiny.” — Dr. Eric McLuhan, Author and Lecturer

 “The internet is an extension of our central nervous system. When you operate a computer, you are extending yourself, through its interface, potentially all over the world, instantaneously. Extending yourself in such a disembodied, discarnate fashion only further entrenches your separateness, your ego self. In contrast, the introspective freeing from the physical through meditation also has the effect of creating a discarnate, disembodied state. That state is one that is progressively less identified with the ego self. This is the dichotomy that Ivo Quartiroli explores in The Digitally Divided Self. This book is well worth investigating.” —Michael McLuhan

 “We should all be asking the questions Ivo Quartiroli asks in this bold and provocative book. Whatever you think right now about technology, The Digitally Divided Self will challenge you to think again.” —William Powers, author of the New York Times bestseller Hamlet’s BlackBerry

 “It isn’t easy to find an informed and critical look at the impact of digital media practices on human lives and minds. Ivo Quartiroli offers an informed critique based in both an understanding of technology and of human consciousness.” —Howard Rheingold, author of The Virtual Community and Smart Mobs.

 “Ivo Quartiroli is mining the rich liminal territory between humans and their networks. With the integrity of a scientist and the passion of artist, he forces us to reconsider where we end and technology begins. Or when.” —Douglas Rushkoff, Media Theorist and author of Cyberia, Media Virus, Life, Inc. and Program or Be Programmed.

 “You might find what he writes to be challenging, irritating, even blasphemous and sacrilegious. If so, he has proven his point. The Internet, Ivo suggests, might just be the new opium of the masses. Agree with him or not, no other book to date brings together the multitude of issues related to how the seductions of technology impinge upon and affect the development of the self and soul.” —Michael Wesch, Associate Professor of Digital Ethnography, Kansas State University

 The Digitally Divided Self is a refreshing look at technology that goes beyond the standard, well-worn critiques. Ivo Quartiroli charts new territory with a series of profound reflections on the intersections of computer science, psychology and spirituality.” —Micah White, Senior Editor at Adbusters magazine.

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Table of Contents

Chapter 1: From Awareness of technology to technologies of Awareness .. 1
The Limits of Technology.. 3
What’s Not Computable Isn’t Real .. 4
The Promises of the Early Internet .. 5
From Information Processing to Consciousness Processing.. 6
All in the Digital Mincer .. 7
Technology Can’t be Challenged.. 8
Technology Uses Us .. 10
Feeding the Soul with Bytes .. 11
The Immortal Mind .. 12
Inner Prostheses and Amputations through Technology .. 13
Beyond the Mind.. 14
The Fragility of Beliefs and Information Technology.. 15

Chapter 2:“It’s only a tool” .. 17
Technology is not Questionable .. 18
Knowing through the Body .. 18
Technology “Does” Us .. 19
Technology is a Matter of Life and Death.. 21
Binary and Inner Duality.. 21
Knowing through the Heart.. 22
Our Identity With Tools – from Chimps to Chips .. 25
Reconnecting with the Inner Flow.. 26
From Spectator to Witness .. 28
Inner Holes and Techno-Fills .. 28
Pure Thinking Without the Body.. 30
Tools for Inner Growth.. 31
The Mind Itself is a Medium.. 34
IT Weakens Our Presence .. 36
Constrained to Produce .. 39

Chapter 3: The Roots of It .. 39
Constrained to Produce .. 39
IT was Started by the Bible .. 40
Technology as Returning to the Lost Perfection .. 41
Contradictory Messages Short Circuit the Psyche .. 43
Children of a Lesser God .. 44
Psychological Defenses .. 44
Technology as the Ultimate Savior .. 45
The Nature of the Mind.. 46
Conceptual Debris and Technology as a Holding Agent for the Psyche 47
The Quest for Immortality .. 48
Copying, Improving and Creating Minds.. 50

Chapter 4: The Digitization of Reality .. 53
Data is King .. 55
The Digitization of Territory .. 56
Augmenting Reality .. 57
The Mind as the First Virtual Reality Tool .. 58
The Digitization of Biology .. 59
Analogical Models of Reality .. 64
Our Digital Nervous Systems .. 66
Programming .. 67
Thinking like Software .. 69
Digitizing All Life Events .. 71

Chapter 5: Intimacy and Sexuality.. 73
Eros and the Sexualization of Society .. 74
Cybersex.. 75
The Transformation of Seduction and of Relationship .. 77
Masturbation and Sex Toys.. 78
Orgasm 2.0.. 80
Cybervirgins .. 82
Gender Issues and the Vanishing Male.. 84
Earlier Exposure to Porn.. 85
Desires .. 87
Cybersex as a Tantric Path .. 87

Chapter 6: Commoditizing and Monetizing.. 89
Replacing the Real .. 90
Playing with Feelings .. 90
iMarket .. 92
Brave New World.. 94
Deconstructing Sense and Ethics.. 94
Toward the Denial of Truth .. 95

Chapter 7: Politics, Participation and Control .. 97
The Rulers of Our Psyches .. 98
Governments.. 99
Advertising and Our Attention.. 100
Google .. 101
Wikileaks .. 104
Into Our Digital Persona .. 104
You Can Tell What Somebody is Like by the Company They Keep.. 105
Is the Internet Empowering Us? .. 106
Illusory Participation.. 107
Slacktivism .. 110
The Yogic Geek.. 112
Renouncing the World .. 115

Chapter 8: Come together: the Rise of Social networks.. 115
Renoucing the World .. 115
The Inner Need of Connection and Facebook.. 116
Experiencing for Others to See .. 118
Empathy.. 119
Illusory Contact.. 121
Body/Mind Development in Childhood .. 125

Chapter 9: Digital Kids ..125
Body/Mind Development in Childhood .. 125
Denied Childhood .. 126
Computers in Education .. 127
Lack of Mentors .. 128
Technology as an Answer to Social Fear .. 129
Wired Children.. 130
Sleepless Children .. 132

Chapter 10: Literacy and the Analytical Mind.. 133
Analytical and Critical Skills .. 136
A New Literacy Through eBooks? .. 138
The Reading “Technology” .. 139
Digital Writing .. 140
Communication and the Transformation of Consciousness.. 141
Attend to This! .. 143

Chapter 11: Lost in the Current .. 143
Attend to This! .. 143
Attend to it Now and Forever! .. 145
New is Cool .. 145
Instant Gratification.. 145
Neurological Changes Related to Instant Gratification .. 146
Accepting Emptiness and the Eureka Effect.. 147
Faster and Faster, but just Apparently .. 149
Into the Loop .. 151
Technological Updates and the Right to Silence .. 152
Cogitus Interruptus through Multitasking .. 153
No History, No Narrative, No Past .. 156
Digital and Human Memory.. 157
Addiction.. 158
Awareness of Feelings and Addiction.. 162
Attention .. 165

Chapter 12: The Digitally Divided Self.. 165
Attention .. 165
The Construction of the Self .. 166
Technological Development as a Metaphor of the Psychological One .. 170
Millions of MP3s and the Missing “My Personality” .. 173
Attachment to the Machine .. 173
The Need for Mirroring .. 174
Maternal Feeding and Paternal Limit Setting .. 175
The Sand Castle Crumbles: Toward a Schizoid State.. 176
The Other as Image .. 178
Detaching from the Body .. 179
The Schizoid State is an Ontological Condition .. 181
The Eye, the Ear, and a Global Tribalism.. 181
The Mind as a Medium.. 183
No Identity.. 185
The Reign of Objectivity .. 189

Chapter 13: The Process of Knowledge .. 189
The Reign of Objectivity .. 189
Joining Inner and Outer Knowledge .. 192
Not Knowing.. 195
Words are Second-Best After Silence.. 198
Do We Know with our Brains? .. 200
Externalizing Thinking .. 202

Chapter 14: Upgrading to Heaven .. 205
Creating Consciousness.. 206
Technology as an Ego Maintainer .. 209
IT Beyond Me: Unlinking Ourselves through Technology .. 211
Here and Now.. 213
Devotionally Disappearing into Technology.. 214
The Immortal Mind.. 215
Spiritual Powers through Technology .. 217
Are we Machines? .. 218
The Will to Create Mental Worlds .. 220

Chapter 15: Biting the Snake.. 223
Out of the Loop.. 224
Screen Media vs. Meditation .. 225
Meditation .. 228
IT is basically Counter-Meditative.. 230
Another Maya Layer through Technology .. 231
Charles Babbage.. 233

Appendix: The People of Contemporary It and what Drives them.. 233
Charles Babbage.. 233
Ada Lovelace .. 234
John von Neumann.. 234
Norbert Wiener .. 235
Alan Turing .. 235
Al Gore.. 236
Steward Brand .. 237
Kevin Kelly .. 238
Bill Gates.. 239
Steve Jobs .. 239
Withdrawing into the Mind .. 240
Bibliography .. 241
Index .. 249

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Il soma per le menti globalizzate

In tutto il mondo, chi usa Internet clicca sulle stesse icone, usa le medesime scorciatoie linguistiche nelle email e nelle chat, si connette con gli altri attraverso le stesse modalità di Facebook. Questa è la globalizzazione delle menti. Nel processo di digitalizzazione della realtà, a prescindere dai contenuti, usiamo prevalentemente gli stessi limitati canali mentali e interagiamo con gli stessi strumenti.

Portiamo gli stessi atteggiamenti, gesti e procedure nel lavoro, nelle relazioni, nello shopping, nella comunicazione con gli amici, nell’eccitazione sessuali e nella ricerca scientifica. Con il risultato che ognuna di tali attività viene impoverita da questo fenomeno. Tutto viene visto come un sistema informativo, dalla digitalizzazione del territorio (come Google Earth e i software di realtà aumentata) alla nostra biologia.

La cultura giudeo-cristiana mette la natura e il mondo materiale a disposizione dell’uomo. Agire su di essi è un modo per compiere opere buone e riacquistare la perfezione perduta dell’Eden. In questa cultura che ha considerato i miracoli prove dell’esistenza di Dio, abbiamo sviluppato tecnologie che ricordano il miracoloso e il divino. Quindi ci sentiamo costretti a salutare l’avvento di nuovi ausili tecnologici con la retorica della pace, del progresso, della prosperità e della comprensione reciproca.

Il telegrafo, il telefono, la radio, la TV e altri media sono stati considerati strumenti della democrazia, della pace mondiale, della comprensione e della libertà d’espressione. Internet è solo l’ultimo di una serie di messia dalle facili promesse. Tuttavia, non abbiamo una quantità maggiore di democrazia nel mondo. In realtà, i media e i poteri forti sono più forti che mai, mentre la libertà di espressione è stata rimodellata dal controllo da parte delle imprese e dei governi.

Internet, come la TV, si sta trasformando in un intrattenimento che rincoglionisce la gente nel chiuso delle loro case, dove sarà incapace di mettere in discussione il sistema. A differenza della TV, le cui attrazioni sono comunque comprese tra l’inizio e la fine di uno show, Internet, i videogame e gli smartphone non hanno pause o conclusioni strutturali. Agganciati a un flusso continuo di informazioni “in tempo reale”, ci allontaniamo ancora di più dal tempo disponibile e dal reale.

Forse Internet è già il nuovo soma di una società fortemente degradata dal punto di vista economico e ambientale. Ma visti i grandi investimenti economici e psicologici connessi alla Rete, criticarne gli effetti è come maledire Dio.

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Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

Alla fine di settembre 2009, un esperimento condotto al MIT sui social network è riuscito a individuare gli studenti gay usando soltanto le informazioni presenti sulle loro pagine di Facebook. Studiando le amicizie online e i collegamenti di questi studenti, è stato possibile dedurre i loro orientamenti sessuali con un buon grado di accuratezza. Questo fatto solleva ulteriori interrogativi sulla privacy in rete.

In Google, la privacy e il mettersi in mostra, ho scritto che siamo portati a mostrarci online per appagare il naturale bisogno umano a essere rispecchiati, visti e compresi, bisogno che probabilmente non ha trovato la giusta soddisfazione negli anni in cui avrebbe dovuto. Inoltre, le nostre capacità di riconoscimento interiore stanno diventando sempre più deboli, a causa della crescente pressione degli stimoli esterni, soprattutto della Rete. Non c’è tempo per alcuna riflessione e non c’è alcuno spazio vuoto.

L’analisi dei network sociali può rivelare molto di più su di noi, a parte le preferenze sessuali. In sé, la mente ordinaria, come dicono molti insegnanti spirituali, ha un comportamento decisamente meccanico. Se uniamo questa meccanicità mentale al fatto che in Rete riversiamo continuamente informazioni su di noi, diventa comprensibile come mai un qualsiasi software ben scritto possa scoprire le nostre idee, opinioni e gusti, oltre a quali prodotti siamo più portati ad acquistare, fatto questo che più interessa agli addetti al marketing.

La psicoanalisi, la programmazione neuro-linguistica e qualsiasi altra scienza dell’essere interiore sanno bene che le nostre idee e convinzioni si creano per lo più attraverso i condizionamenti acquisiti durante la vita, soprattutto nell’infanzia.

Chi si occupa di marketing predilige catalogare le persone sulla base della personalità, dell’atteggiamento, dello stile di vita e delle preferenze. Non sono però interessati a capirne le motivazioni o ad andare al di là di essi. Soprattutto, i venditori sono interessati ai condizionamenti formatisi attraverso la necessità di compensare una carenza interiore.

Per esempio, forse abbiamo “bisogno” di apparire esternamente in un certo modo (bei vestiti, gadgets, trucco, muscoli o avere una linea da modelle) per compensare una scarsa autostima, oppure abbiamo bisogno di connetterci online frequentemente con gli altri, perché non sappiamo restare in contatto con la nostra interiorità o nella nostra vita non abbiamo relazioni autentiche, quindi facciamo ricorso a computer, Internet, smartphone e altri ausili elettronici.

Gli addetti al marketing, così come gli psicologi o gli insegnanti spirituali, sono interessati a conoscere noi e il nostro condizionamento, ma i primi hanno il fine di rendere quest’ultimo più forte, non di liberarci da esso, e quindi rinforzano il nostro “bisogno”.

La comprensione dell’anima umana da parte degli addetti marketing è molto superficiale, in quanto essi non hanno bisogno di addentrarsi nelle sue profondità per sfruttare commercialmente le nostre debolezze, allo stesso modo in cui uno spacciatore non ha bisogno di conoscere le ragioni per cui il suo cliente ha bisogno di droghe.

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Il movimento centrifugo della Rete

Un recente rapporto di Pew Internet sull’isolamento sociale e le nuove tecnologie sembra contraddire le precedenti indagini sulla materia.

Questo studio di Pew Internet Personal Network and Community sostiene che gli americani non sono così isolati come pareva dalle precedenti ricerche. L’uso del telefono cellulare e della Rete porta ad allargare e diversificare le reti di discussione, e quando esaminiamo le reti personali – con i loro legami più o meno forti – vediamo che l’uso dell’Internet, in generale, e la partecipazione a social networks come Facebook, in particolare, portano allo stabilirsi di differenti ambiti sociali di relazione.

Anch’io ritengo che gli utenti di Facebook abbiano rapporti umani nella vita reale ma, data la diffusione massiccia di Facebook, ho la sensazione che le preesistenti relazioni della vita reale tendano a farsi risucchiare in Facebook.

Un tempo la televisione proponeva descrizioni della realtà, e le persone discutevano di ciò che avevano visto sul teleschermo. Da una ventina d’anni, ho notato, le televisioni hanno cominciato a parlare sempre più di sé, in maniera autoreferenziale. La mia fonte sono gli apparecchi degli altri, perché io non ne possiedo uno. Guardare la televisione di rado mi rende più consapevole dei grandi cambiamenti. A un certo punto, invece di far vedere e commentare la realtà, la televisione ha cominciato a creare essa stessa una realtà, e a commentarla insieme agli altri mezzi di comunicazione.

La Rete ha seguito un percorso analogo, sebbene lievemente diverso. Qualche anno fa era ancora appannaggio di una ristretta percentuale di popolazione ed era autoreferenziale da  subito, grazie anche al facile meccanismo dei link.

Poi con la diffusione delle comunità virtuali la gente si è riversata su Facebook e su altri siti del genere. Ultimamente ho osservato sempre più spesso persone intente a parlare di «cosa succede su Facebook»: un fenomeno che incrementa ulteriormente la crescita della comunità virtuale stessa. Nessuno vuole essere tagliato fuori, così tutti si accalcano in Facebook. Ci si sente più emarginati a non essere presenti in Rete che a non avere incontri reali.

La Rete è diventata prioritaria. Addirittura certi eventi della vita reale senza di essa non esiterebbero, poiché vengono organizzati come «eventi di Facebook». A causa del gran tempo trascorso online, senza la Rete ci si sentirebbe a corto di argomenti nelle conversazioni vis-à-vis.

Molti esperti delle nuove tecnologie apprezzano l’interazione fra Rete e vita reale, convinti che così si crei un equilibrio tra i due campi, facendo uscire la Rete dalla sua gabbia. Il problema è che la digitalizzazione della realtà è un processo onnivoro che tende a incorporare ogni aspetto della vita, assorbendo la totalità della realtà partendo dal livello mentale, rappresentandolo come se ogni cosa potesse essere tradotta in bytes. Così, in definitiva, la realtà viene risucchiata dalla Rete e, per poter real-izzarsi, deve essere archiviata con le tecniche di lifelogging. La realtà può viene considerata reale solo nel momento in cui può avere una realtà digitale.

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Dopo qualche mese su Facebook

Dopo una serie di resistenze a Facebook ho sperimentato con il social network per qualche mese. La prima resistenza che aveva era quella di presentare un “me stesso” uguale per tutte le persone nella mia lista di amici. Questo mi creava qualche perplessità. Mi piace la varietà umana e da sempre frequento persone delle più varie estrazioni: avventurieri, hippie, artisti, viaggiatori, terapisti, imprenditori, accademici, ricchi, poveri e creative miscele di queste nature. Essendo a mia volta composto da diverse personalità, tendo a mostrare le diverse sfeccettature della mia natura laddove queste possono trovare una corrispondenza. Inevitabilmente questo crea dei rapporti più intimi e personalizzati ma allo stesso tempo limitati da un sottinsieme della nostra personalità.

Con Facebook e il profilo pubblico che abbraccia la nostra persona in modo ampio, c’è stato quindi il timore di non essere riconosciuto “per come sono” dalle singole persone. Mi venne in mente Uno nessuno centomila, l’ultimo romanzo e capolavoro di Luigi Pirandello. Noi siamo fondamentalmente “uno”,  ma per i più delle persone non siamo “nessuno”, mentre di fronte alle moltitudini di persone che ci conoscono siamo “centomila”. Siamo una persona diversa agli occhi di ognuno. Senza andare nei livello spirituali in cui possiamo affermare che tutti quanti siamo in realtà “nessuno” e “tutto” nello stesso momento, rimanendo a livello di psicologia dell’ego e di oggetti di relazione, Facebook è un interessante esperimento.

In rete si è spesso anonimi in molti ambiti: nelle nostre navigazioni nel web, nei network sociali e nei forum perlopiù si usano identità che non ci identificano precisamente. Facebook è un tentativo di riunificare le diverse personalità e di dare un centro di coscienza alla frammentazione di personalità online. E’ un tentativo di superare, seppur a livello digitale, i vari oggetti di relazione. Facebook può rappresentare un’evoluzione rispetto alla ricerca adolescenziale della propria personalità, fase in cui si operano dei tentativi di darsi un’identità sperimentando con la vita e le persone e spesso nascondendosi dietro l’anonimato.

Quindi eccomi qui col “vero me stesso” su Facebook, uguale di fronte a tutti, a riunificare pezzi della mia storia e di conseguenza pezzi della mia psiche. Come sarà questo “io” pubblico? Come un minimo comune multiplo dove le mie relazioni e qualità umane si espandono creativamente tramite la condivisione con gli amici oppure sarà come un massimo comune divisore dove rimangono solo le caratteristiche comuni, quelle accettate dai più? Mi sembra a volte il primo e altre volte il secondo.

Quando nella comunità offline i rapporti umani sono sempre più distanti e formalizzati, dove è stato cementificato quasi tutto il territorio, dove i luoghi di condivisione non commerciali sono sempre più rari, dove il tempo stesso per gli incontri reali viene assorbito in modo crescente dai gadget tecnologici, Facebook è arrivato in soccorso per farci ritrovare un senso di appartenenza e rimanere in contatto con le persone.

La prima cosa che mi ha colpito era che Facebook mi proponeva di aggiornare il mio stato scrivendo in terza persona: “Ivo… “, che avrei potuto completare con “è andato in spiaggia”, “ha cenato con amici”, “sta scrivendo un articolo”, ecc.. Si scrive nella prospettiva degli altri, di essere visti e letti. La terza persona ha una doppia funzione. Da una parte porsi  in terza persona supporta l’osservazione interiore. Il fatto stesso di porsi dal punto di vista altrui aiuta la consapevolezza di noi stessi. Dall’altro lato, parlare in terza persona può alimentare ulteriormente l’ego, forse per il fatto stesso che parlando di noi stessi stiamo alimentando una attenzione che non è quella dell’osservazione interiore, ma quella dell’ego famelico di essere visto e riconosciuto.

Dopo un paio di mesi la proposta iniziale era “Cosa ti passa per la mente” (What’s on your mind?)
Facebook sta dando pià importanza alle funzioni tipo Twitter (“Twitter-like”), stimolando il flusso quasi in tempo reale di messagi associati al quotidiano.  La via della meditazione è quella di lasciare scorrere i pensieri e di non attaccarsi a questi. Dopo anni di lavoro su me stesso, una delle poche cose che ho imparato è che la mente secerne pensieri in continuazione, che la stragrancde maggioranza di questi non sono interessanti e che perlopiù neppure ci appartengono. Il più dei pensieri si presenta in forma di condizionamenti e di ripetizione di pensieri e parole altrui, con qualche variazione sul tema. Ora che inizio ad attaccarmi meno ai miei pensieri e che li lascio scorrere con una certa indifferenza, ecco che Facebook me li eleva a “notizia del giorno”. Va beh…

Comunque ho giocato un po’ con Facebook, scritto alcune note, presentato alcuni link, inserito qualche foto dei miei viaggi. A un certo punto mi è capitato di trovarmi in un’isola tropicale, facendo delle foto ed a pensare a come l’avrei presentata su Facebook. Invece di vivere la situazione con totalità, pensavo a come ritrarla e a ponerla all’interno di un media, allontanandomi dall’esperienza diretta a più livelli. Anche la mente che interferisce fa parte della totalità dell’esperienza e la accetto benvolentieri, ma quando esagera poi la metto in castigo.

Mi ricordo che da bimbo quando succedeva qualcosa di interessante a volte gli adulti mi dicevano “eh… pensa quando lo racconterai agli amici (o a casa)”. Questo mi faceva incazzare perchè mi toglieva dal flusso dell’attività, che fosse giocare o assistere ad uno spettacolo. Per molti anni non ho fatto foto dei miei viaggi e in qualche modo se da qualche anno le faccio è anche per la pressione della condivisione tramite Internet.

Ogni volta che mi connetto a Facebook scorro il flusso degli aggiornamenti degli amici. C’è chi scrive parecchie note al giorno, chi raramente, ci sono note divertenti, serie, appelli, un’amica scrive “dentro qualcosa muore”…. se lo scrive pubblicamente è una richiesta di condivisione, ma fa strano vedere scorrere questo messaggio insieme ad altre decine di segnalazione perlopiù ordinarie e talvolta banali. Conosco un po’ le  vicende di questa amica, non è il caso di rispondere pubblicamente per chiedere ulteriori approfondimenti ma allo stesso momento non mi va di usare Facebook come piattaforma email per mandare un messaggio personale. In questi modo saremo costretti ad entrare in Facebook per continuare un discorso che può avvenire molto più semplicemente tramite email. Scelgo di non mandare alcun commento o messaggio in Facebook, riservandomi di comunicare con lei in altri ambiti (comunque su Internet, via IM o email perché ci troviamo in nazioni diverse). Mi chiedo anche se sto evitando un contatto profondo, preso  a mia volta dalla valanga di superficialità.

Usando Facebook tendo a diminuire il contatto individuale. Più che comunicare, ho scoperto che stavo broadcasting, trasmettendo ad un’audience. Quasi quotidianamente l’audience aumenta, il numero degli amici si espande. L’effetto è seduttivo e gratificante per l’ego, ma è una cosa diversa comunicare ad un pubblico che comunicare ad una singola persona. Con ognuno c’è una storia e una relazione unica. Certo si possono mandare messaggi personalizzati anche con Facebook ma per quello è meglio un qualsiasi programma per mail, mentre Facebook da più enfasi ai messaggi pubblici. Come mailer uso Eudora, vecchio, ancora funzionale ed “ecologico”, che funziona anche con una connessione Internet lenta o via cellulare. Diversamente, le pagine di Facebook sono quasi impossibile da aprire con una connessione non ADSL.

Ho notato che dopo una cinquantina di “amici”, il flusso di messaggi diventa tale che si perde il senso e il loro valore. Tendo a scorrere i messaggi con il mouse come fossero le news di un quotidiano. Come quando tutti quanti suonano il clacson in alcune nazioni, si perde il significato del segnale, si anestetizza l’udito, diventa solo un sottofondo. Già McLuhan aveva rilevato come le tecnologie e i media sono tanto un’estensione quanto un’amputazione delle capacità del corpo/mente.

La mente per sua natura è fatta in modo che dopo un po’ cancella qualsiasi interesse, con la ripetizione dello stimolo si dà meno attenzione allo stesso tipo di input. La mente rincorre la novità. Mi succede lo stesso con i feed dei blog. Appena scoperto un blog seguo con interesse i suoi articoli poi tendo a scorrerli più velocemente. Non vorrei “evaporare” i messaggi dei miei amici allo stesso modo.

Dare qualche notizia di sé su Facebook mi porta anche ad impigrirmi e ad avere una buona scusa per non contattare personalmente le persone. E quelli che non sono su Facebook? la maggior parte de miei amici non sono su Facebook e talvolta neanche usano Internet. Poiché c’è un limite al tempo che si può dedicare alle comunicazioni, questi vengono inevitabilmente penalizzati.

Le notizie veramente importanti sui miei amici, anche quelli che sono su Facebook, non mi sono comunque arrivate da Facebook, sono giunte per contatto diretto, per telefono o qualche volta per email. In ogni caso continuerò il gioco di Facebook ancora, ma potrei anche decidere di smettere in ogni momento mandando una nota ai miei contatti. A parte i motivi sopraesposti, basterebbe che io non sia connesso ad una linea Internet veloce per un certo periodo per farmi passare la voglia di attendere minuti per scorrere le perlopiù banalità che si visualizzano sulle pagine, con tutto il risspetto che ho per i miei amici.

Facebook è senza dubbio il sito di social network meglio congegnato ma tuttavia prevedo un suo sboom di Facebook come per altri siti che erano in auge, tipo Second Life o Myspace. Facebook sarà più persistente di altri siti perché si aggancia a conoscenze vere. Ma così come la mente ha costruito il giochino di Facebook, la mente lo smonterà. La mente perde interesse su tutto, in particolare ciò che rimane solamente sul piano mentale. La forza di Facebook è quella di rappresentare un ponte tra un mondo puramente mentale e il mondo delle relazioni reali. In questo scambio reciproco tra virtuale e reale da una parte si possono “realizzare” alcuni incontri virtuali ma dall’altra si possono “virtualizzare” le persone reali, riducendole nella nostra psiche ad un’iconcina e un flusso di bytes che scorrono sullo schermo. Analogamente, i vari appelli e la varie cause rischiano di contare nel mondo reale quanto una discussione tra carcerati nell’ora d’aria.

Tutto ciò che ho scritto senza considerare i problemi legati alla privacy che sarebbero un preoccupante capitolo a parte.

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Social networking and instant fulfillment

Dali Soft Watches[en]

The New York Times’s article Is Social Networking Killing You? quotes the neuroscientist Susan Greenfield telling the Daily Mail about social networking:

My fear is that these technologies are infantilizing the brain into the state of small children who are attracted by buzzing noises and bright lights, who have a small attention span and who live for the moment.

I already wrote about her in No identity and I appreciate her efforts in advising people about the inner transformations caused by technology.

When, in Brave New World by Aldous Huxley, the governor asked youths if they never faced a difficulty which couldn’t be overcome and had to endure a long time between a desire and its fulfillment, after some silence (during which the director started to become nervous while waiting), one of them confessed that once he had to wait almost four weeks before a woman whom he was attracted to conceded herself to him. The strong feeling associated with the waiting was “horrible” according both to the youngster and the governor, which the latter added that our ancient people were so stupid that, when the first reformers came to save them from those horrible feelings, they would reject them.

In Huxley’s Brave New World people were conditioned even before being born and life was engineered in such a way that every desire was satisfied in a short time. In case of unpleasurable feelings, there was soma, the perfect drug with no side effects.

The whole world of technologies revolves around avoiding idle time and silence. Waiting became equivalent to frustration and efficiency and speed are the qualities most cherished in technological fields. Internet technology brought the tendency to speed to new levels, which was already present in traditional media like radio or TV, where pauses or silences are consciously avoided. I don’t have a TV since a long time, but in the rare cases I do see it, I notice a progressive acceleration in editing and switches of context, with a drive to avoid vacant spaces, short though they may be.

The Internet experience, even though interactive, is even more extreme in this trend. Our attention is split between different applications which produce much input and flow of information which interact faster and faster with our clicks.

But the most fulfilling human experiences need a certain time to be internalized. To enter the flow of a dance, in making love and in meditation, time is needed. Looking for instant fulfillment is a childish peculiarity. The ability to hold and feel frustration is a gym to bring awareness to our feelings and to create a bigger container for them.

In one spiritual workshop I experienced the association between the activation of the shakti energy of kundalini and frustration. The activation of energy is modulated by the capacity to feel frustration and, staying in it without acting it out to discharge it.

In a certain way, meditation itself is an exercise in acceptance and awareness of frustration. There are few things as frustrating as sitting without doing anything and observing thoughts arising, sometimes trivial or boring, at other times associated with impatience or with feelings difficult to hold. Ecstatic states can be achieved during meditation as well, but, usually after that, some inner knots get melted in the form of awareness.

Technologies avoid reflective time and tend to minimize the gaps between a want and its fulfillment, causing irritation when there isn’t a quick response to our inputs, feeding the persistance of a childish attitude toward reality this way.

However, the quest for a null gap between a desire and its fulfillment reminds me of the condition described by spiritually realized people who, living in the “here and now,” don’t have any separation between what the mind desires and reality. There is a synchronization with reality, where the mind doesn’t filter any more what should be from what we want. Since there isn’t anybody any more who wants anything, the alignment with reality is total. Those states are not exclusive for enlightened people, but everybody gets a glance of them, even though for a short time. Somehow, looking for evermore speed at a technological level shows the need, limited to the mind’s plane, to enter the continuous flux which cancels frustration and desires themselves.

Anyway, on the mind’s plane, for as much as we can reach more speed (and if fact is the goal of most technological development), frustration is not going to disappear: rather, the quest for fulfillment becomes evermore greedy in a mechanism which reminds one of addiction. The mind, in itself, won’t ever have enough desires, information, or speed. Somehow the mind looks for the liberation of the desires/frustration couple, seeking immediate fulfillment, but finds instead reiteration and their multiplication.

See also:

Information Dopaminated

Taking away attention

Disembodying at broadband speed

Computer addiction as survival for the ego

Multitasking to nothing

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L’articolo del New York Times Is Social Networking Killing You? cita le parole della neuroscienziata Susan Greenfield al Daily Mail a riguardo dei social network:

Il mio timore è che queste tecnologie portano ad un’infantilizzazione del cervello in uno stato simile a quello dei bambini piccoli che vengono attratti da ronzii e da luci brillanti, con una scarsa capacità di concentrazione e che vivono al momento.

Avevo già scritto a riguardo della Greenfield in Senza identità ed apprezzo i suoi sforzi nel mettere in guardia sulle trasformazioni interiori causate dalla tecnologia.

Quando, ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley, il governatore chiese ai giovani se non avessero mai incontrato un ostacolo insormontabile e subire un  lungo intervallo di tempo tra la coscienza di un desiderio e il suo compimento, dopo un certo silenzio (durante il quale il direttore iniziò ad innervosirsi per l’attesa) uno dei giovani disse” Una volta dovetti attendere quasi quattro settimane prima che una ragazza ch’io desideravo mi si concedesse”. Il governatore quindi chiese “E avete provato, di conseguenza, una forte emozione?” “Orribile!” disse il ragazzo. “Orribile; precisamente” disse il Governatore. “I nostri antichi erano talmente stupidi e corti di vista che, quando vennero i primi riformatori e si offersero di salvarli da quelle orribili emozioni, non vollero aver niente a che fare con essi.”

Ne Il mondo nuovo di Huxley le persone vengono condizionate già prima della nascita e la vita era congegnata in modo che ogni desiderio venisse soddisfatto in tempi brevi. In caso di emozioni spiacevoli c’era a disposizione il soma, la droga perfetta senza effetti collaterali.

Tutto il mondo delle tecnologie è fatto per evitare i tempi morti e il silenzio. Attendere è diventato equivalente a provare frustrazione e la rincorsa all’efficienza e alla velocità sono le qualità più apprezzate in campo tecnologico. La tecnologia di Internet ha portato la tendenza alla velocità a nuovi livelli, già presente nei media tradizionali quali la radio o la televisione, dove vengono evitati  accuratamente le pause ed il silenzio. Pur non possedendo la televisione da tempo, nelle poche volte che mi capita di vederla noto un’accelerazione progressiva nell’editing e nei cambi di contesto, manifestando una volontà di evitare pause e vuoti, per quanto brevi siano.

L’esperienza su Internet, pur se interattiva, è ancora più esasperata in questa direzione. La nostra attenzione è divisa tra diverse applicazioni le quali producono parecchi input e flussi informativi che interagiscono sempre più velocemente con i nostri clic.

Ma le esperienze umane più appaganti richiedono un certo tempo per essere interiorizzate. Per entrare nel flusso della danza, del fare l’amore e della meditazione ci vuole tempo. La ricerca dell’appagamento immediato è una caratteristica infantile. La capacità di contenere e sentire la frustrazione è una palestra per portare consapevolezza alle nostre emozioni e per creare un contenitore sempre più ampio per queste.

In un workshop spirituale ho fatto esperienza dell’associazione tra l’attivazione dell’energia shakti della kundalini e la frustrazione. L’attivazione dell’energia viene modulata dalla capacità di percepire la frustrazione e di stare con questa senza agirla o senza scaricarla.

In un certo senso, la meditazione stessa è un esercizio di accettazione e di consapevolezza della frustrazione. Ci sono poche cose altrettanto frustranti che sedere senza far nulla ed osservare pensieri che emergono, talvolta banali e noiosi, altre volte accompagnati da impazienza o da emozioni difficili da contenere. In meditazione possono giungere anche stati estatici, ma solitamente dopo che si sciolgono alcuni nodi interiori al fuoco della consapevolezza.

Le tecnologie ci evitano ogni pausa di riflessione e tendono a minimizzare gli intervalli tra un desiderio e la sua soddisfazione, causandoci irritazione quando non c’è una risposta rapida ai nostri input, alimentando così il perdurare di un’attitudine immatura verso la realtà.

Ma la ricerca di un intervallo nullo tra un desiderio e il suo appagamento mi ricorda la condizione descritta dagli individui spiritualmente realizzati i quali vivendo nel “qui e ora” non hanno la separazione tra ciò che desidera la mente e la realtà. Ci si “sincronizza” con la realtà dove la mente non filtra ciò che è da ciò che dovrebbe essere, ciò che è da ciò che si vuole. Non essendoci più nessuno che vuole alcunché, l’allineamento con la realtà è totale. Questi stati non sono esclusiva di un illuminati, ma chiunque ne ha fatto esperienza, seppur per un breve tempo. In qualche modo la ricerca di velocità sempre maggiore a livello tecnologico manifesta il bisogno, limitato al piano della mente, di entrare nel flusso continuo che annulla la frustrazione e i desideri stessi.

Tuttavia sul piano della mente, per quanto si possa raggiungere velocità sempre maggiori (e di fatto è lo scopo della maggior parte dello sviluppo tecnologico), la frustrazione non è destinata a sparire, anzi, la ricerca di soddisfacimento diventa sempre più famelica in un meccanismo che ricorda la dipendenza. La mente, in sé, non ne avrà mai a sufficienza di desideri, informazioni, velocità. In qualche modo la mnete cerca la liberazione dall’accoppiata desideri/frustrazione cercandone la soddisfazione immediata ma trova invece la reiterazione e la moltiplicazione degli stessi.

Vedi anche:

Dopaminati di informazioni

La cattura dell’attenzione

Rendendoci incorporei a velocità di banda larga

La dipendenza da computer per la sopravvivenza dell’ego

Il multitasking: strafare per niente

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Resistendo a Facebook

Una delle ragioni del successo di Facebook è che si suppone che gli amici siano tali. Generalmente nei social network e nei siti di incontri si contattano persone che sono estranee alla narrativa della nostra vita reale. Anche se i contatti che avvengono solamente online possono portare ad interessanti connessioni, nel più dei casi tali “amici” vanno e vengono, la  relazione non va molto in profondità e non scende in un luogo autentico e quasi “organico”.

Quindi Facebook è arrivato in soccorso come modo per connettersi con persone che conosciamo e con coloro che conoscevamo nel passato ma con cui abbiamo perso i contatti. Anche se il gioco degli inviti e degli amici degli amici si espande e si finisce con dei contatti che si conosce a malapena, con forse una buona metà delle persone ho condiviso importanti parti della vita, parti della nostra storia che hanno dato forma alle nostre esistenze attuali.

Ma ho delle resistenze nel partecipare al gioco di Facebook con questi, proprio per il motivo che alcuni di loro sono veri amici ed abbiamo avuto un’importante connessione. Quindi fin’ora non ho cercato gli amici da aggiungere a Facebook e apro raramente il sito, non molto più che accettare le richieste che sono pervenute.

Poiché la maggior parte delle persone che richiedono l’amicizia sanno che utilizzo Internet da parecchi anni e che ero un editore di libri di informatica, a volte mi sento di dire loro che entro raramente in Facebook e che non li sto ignorando deliberatamente. In realtà la situazione pone un conflitto interiore, una sorta di doppio vincolo: le persone sono lì nel sito, non è carino ignorarle, ma allo stesso momento non voglio coinvolgermi troppo in un ulteriore giocattolo in rete.

Naturalmente possiamo affermare che per ogni livello di comunicazione vi sono diverse aree e che possiamo scegliere il medium più approopriato in accordo alla profondità e al livello di intimità che desideriamo. Con le persone con cui ho un rapporto intimo posso scegliere anche altri modi per comunicare. Il medium può variare grandemente dalle telefonate agli incontri personali e ai contatti di corpo e mente a diversi livelli, dalle strette di mano al fare l’amore.

Ma Facebook, come molte altre applicazioni sul web, tende ad espandere la sua portata e includere un numero maggiore di aspetti della nostra vita, e può anche facilmente diventare  una dipendenza. Inizia con un modo simpatico per connettersi, quindi aggiunge possibilità su possibilità, poi diventa facilmente necessario per non rimanere isolati dal gruppo di amici e, infine, diventa un’ulteriore fienstra che si alimenta del nostro tempo e della limitata attenzione. Nel diventare attivo su Facebook avverto il rischio di digitalizzare anche le relazioni reali ed importanti e di conseguenza di banalizzare il nostro intenso passato. Avverto anche il rischio di creare una cyber-élite e di escludere gli amici che non sono su Internet o che accedono alla rete raramente, amici che non hanno il tempo o la voglia di collegarsi o di incastrarsi nei social network.

Nonostante abbia solamente, al momento il cui scrivo, 45 amici su Facebook, un numero limitato in confronto al più degli utenti (una media di 150 contatti), ogni volta che mi connetto al sito possono vedere un certo numero di aggiornamenti su “Cosa stanno facendo in questo momento”. Mentre scorro quelle brevi frasi, la mia esperienza online, come per molti altri, è composta da altre pagine web aperte e da altre applicazioni che competono per la mia attenzione. Mentre un amico sta pianificcando un viaggio, un altro sta andando a dormire, un altro è triste (anche se le emozioni “negative” in generale non vengono molto espresse) e un altro ancora sta ascoltando musica, mi sembra un po’ come la televisione, dove le notizie tragiche vengono seguite immediatamente dai pettegolezzi e viceversa, dove il tutto si fonde in un flusso anestetizzati di notizie senza connessione con i nostri stati interiori.

Non voglio intorpidire la mia connessione con gli amici nel modo in cui avverrebbe con la televisione o con un personaggio di un film. Ogni input che riceviamo da una persona che rappresenta una preziosa connessione, richiede tempo per essere assimilato ed interagire con esso, in particolare se è qualcosa di non banale. Ma il tempo e l’attenzione sono risorse scarse quando siamo in rete e la profondità viene perlopiù evitata. Forse questa è la ragione per cui si legge molto meno su Facebook, e in generale nei social network, di stati interiori difficili o impegnativi. L’applicazione “manda abbracci e amore” sembra un po’, diciamo… poco soddisfacente.

Anche, avverto il rischio di considerarmi esente dal mantenere un contatto più diretto con le persone, sostituendo questi con lo scrivere alcuni aggiornamenti su Facebook. Anche in questo caso si potrebbe dire che un medium non deve necessariamente sostituire un altro, ma le nostre risorse di tempo ed attenzione sono limitate e non crescono al ritmo dello sviluppo dei computer.

Un ulteriore rischio che avverto è di omogeneizzare l’abbondante varietà di modi in cui interagisco con le singole persone. Con ogni amici con cui interagisco in un modo aperto, si crea una relazione unica, quasi un’entità a sé stante, che prende forma nel tempo dall’alchimia di due anime che si incontrano.

Ad un livello psicologico, possiamo dire che questi sono oggetti di relazione, che ci guidano nella costruzione delle nostre personalità. Le persone che seguono un percorso spirituale si rendono consapevoli del ruolo di tali relazioni nelle loro vite ed eventualmente possono essere trasformate, evolvendo la relazione in un modo più autentico, libero dai condizionamenti del passato oppure terminandola.

Omogeneizzare le nostre relazioni e canalizzandole tramite le opzioni e applicazioni Web, indebolisce la costruzione della nostra personalità attraverso gli oggetti di relazione ma, neppure, ci aiuta a diventare consapevoli di questi.

Un’ulteriore resistenza che ho nell’ìncontrare su Facebook le persone che conoscevo tempo fa è il riconoscimento che ciò che ha formato la nostra relazione non è più presente poiché probabilmente abbiamo evoluto le nostre personalità in diverse direzioni. E non è facile trovare un nuovo punto di contatto tramite Facebook che si adatti ai nostri stati interiori del momento. Allo stesso tempo, non possiamo solamente ripetere il passato: una volta che la nostra psiche si è evoluta, tornare indietro alla stessa forma è impossibile quanto lo sarebbe far ricrescere i denti da latte.

Nel frattempo, ho riscoperto la semplice, vecchia e disadorna comunicazione via email, che era il solo modo di comunicare quando ho iniziato ad operare online 15 anni addietro. Di tanto in tanto mando degli aggiornamenti via email ad un gruppo di amici che sono più presenti nella mia vita. La posta elettronica è semplice e più amica dell’ambiente, utilizza poca larghezza di banda ed è accessibile da qualsiasi computer, anche i vecchi, anche da lente connessioni a Internet e pure da molti cellulari. Le pagine di Facebook di solito richiedono molto tempo per essere visualizzate se la connessione a Internet non è delle più veloci. L’email è più diretta e personale, e dà quasi la sensazione di aver ricevuto una lettera.

La mancanza di ammennicoli nella scrittura delle email dà spazio a una connessione più diretta tra le parole e gli stati interiori: necessitiamo di riempire le parole dall’interno invece che scegliere delle applicazioni o dare un veloce aggiornamento su ciò che si sta facendo.

Tuttavia, sento che una parte della mia resistenza alla partecipazione a Facebook è anche da cercare all’interno dei miei condizionamenti e delle mie credenze che non corrispondono alla realtà. Voglio esplorarli al fine di conoscere queste parti di me, quindi probabilmente inizierò a partecipare di più al gioco e vedere dove mi conduce.

Vedi anche:
Facebook e gli apprendisti stregoni della Rete

Clicco dunque sono: verso l’esternalizzazione dell’identità

Disconnettere noi stessi tramite la tecnologia

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Information highways and speed. Chrome for “more,” “new” and “amazing” Web applications

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According to several journalists and bloggers, it seems that the world expansion of Internet broadband would be almost the answer to the world’s problems, involving the right to knowledge, overcoming the digital divide, and the opportunity of spreading human rights.

Is the high-technology version of the same message, of the need to “civilize” the world through Western values and to believe that bringing the market system everywhere will bestow welfare and comfort to everybody? Countries which still havn’t “reached” our standards are called “developing,” as it was unavoidable that they would have to traverse a similar path.

The race for larger bandwidth discriminates between who does and doesn’t have it and affects the development of websites and software which are more and more complex and bandwidth-greedy. Software downloads and updates are quite “heavy”: just think about antivirus updates or operating systems, or the “heaviness” of websites like Facebook.

Often myself being in countries where there is no fast connection to the Net, it becomes impossible to update the operating system and sometimes even to do ordinary activities. My blog itself, quite simple in its architecture, is very slow to initialize with an ordinary connection through a modem. In the good old times in the mid-80s I could let up to five people work at the same time with Unix with terminals through a very humble Intel 8086 processor.

The more the bandwidth expands, the more the Net goes towards the visual and risks seeming like a hyper-TV with a predominance of videos and virtual environments to immerse in, evermore hungry of speed and resources. We get further away from narrative to favor disconnected fragments of information; we get further from words and from a path which goes in depth.

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Per diversi giornalisti e blogger tecnologici sembra che l’espansione mondiale della banda larga di accesso a Internet sia quasi la soluzione ai problemi del mondo, chiamando in causa i diritti  alla conoscenza, il digital divide e le possibilità di diffondere diritti civili.

E’ la stessa retorica, in versione di tecnologia avanzata, della necessità di “civilizzare” il mondo con i valori dell’occidente e di credere che portando il sistema di mercato ovunque questo conferirà prosperità e benessere per tutti. I paesi che non hanno ancora “raggiunto” il nostro standard vengono definiti “in via di sviluppo”, come se fosse inevitabile che prima o poi debbano e vogliano percorrere  un percorso analogo.

La rincorsa alla banda sempre più larga discrimina chi non ce l’ha e porta allo sviluppo di siti e programmi sempre più complessi e avidi di banda. I download dei software e degli aggiornamenti “pesano” parecchio, basti pensare agli aggiornamenti degli antivirus o, peggio, del sistema operativo. O alla “pesantezza” di siti come Facebook.

Trovandomi spesso in nazioni dove non vi è una connessione veloce alla rete, risulta impossibile aggiornare il sistema operativo e talvolta anche svolgere le attività ordinarie. Il mio stesso blog, piuttosto semplice nella sua architettura, è molto lento nella visualizzazione con una connessione ordinaria via modem. Bei tempi quando a metà degli anni ’80  potevo far lavorare fino a cinque persone contemporaneamente con Unix, collegati con dei terminali ad un umilissimo processore Intel 8086.

Più si espande la banda di connessione più la rete va verso il visivo e rischia di assomigliare ad una iper-televisione con una prevalenza di video e di ambienti virtuali in cui immergersi, sempre più famelici di velocità e risorse. Ci si allontana progressivamente dalla narrativa per privilegiare frammenti disconnessi di informazione, ci si allontana dalle parole e da un percorso che entra in profondità.

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Internet and the weakening of central (inner) organizations

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In the Hindu and tantric Buddhist esoteric traditions, human beings are seen as composed of centers of energy called chakras. Of those, the sixth chakra, called Ajna chakra, is located between the eyes and is often associated with the pineal gland and the “third eye.”

The sixth chakra resonates with an intuitive kind of intelligence, with clear thinking and clear vision. The sixth chakra way of knowing allows one to see the forming of clear patterns in a huge amount of information. This chakra synthesizes many different aspects of intelligence and gives the skill to pick out information about anything by non-logical means.

The sixth chakra world points to a fascinating place where pure knowledge is omnipresent. Descartes would probably have loved to imagine such a place. Anybody heavily involved with information technology as well would enjoy the sixth chakra capacity to see patterns in the information overload and to live in a clear, brilliant place where intuition rules.

The sixth chakra is even more than intelligence as we know it. It is pure knowing, where even thinking is not needed any more. It is also a place where single individualities melt, where there’s nobody who knows and just knowing remains, a place where there’s no separation between inner and outer, between me and you… no more duality. There is a transpersonal flavour about the sixth body.

The sixth chakra is supposed to take charge of the person when the ego, through a spiritual path, doesn’t have the primary role any more. The sixth chakra starts to coordinate the body and the mind from a higher awareness than the ego and one of its names is “the command chakra.” The ego keeps the personality together through a thick net of thoughts, feelings and conditionings that are mostly acquired, while the Ajna chakra gives direct vision, knowledge and action, non-mediated by any past conditionings.

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Nelle tradizioni esoteriche Indù e nel Buddismo tantrico, gli essere umani sono composti da centri energetici chiamati chakra. Di questi, il sesto chakra, chiamato  Ajna chakra, è localizzato in mezzo agli occhi ed è spesso associato con la ghiandola pineale e il “terzo occhio”.

Il sesto chakra risuona con un tipo di intelligenza intutitivo, con un pensiero e una visione nitida. La modalità di conoscere del sesto chakra consente ad una persona di vedere con chiarezza delle strutture, dei pattern, all’interno di un’enorme quantità di informazioni. Questo chakra sintetizza molti diversi aspetti dell’intelligenza e conferisce la capacità di estrapolare informazioni su qualsiasi tema tramite procedimenti non-logici.

Il mondo del sesto chakra mostra un luogo affascinante dove la conoscenza pura è onnipresente. Probabilmente Cartesio avrebbe amato immaginare un tale luogo. Anche chiunque è fortemente coinvolto nell’elaborazione dell’informazione si feliciterebbe della capacità del sesto chakra di vedere delle hiare strutture nel sovraccarico informativo e di risiedere in un luogo trasparente e brillante dove l’intuizione la fa da padrona.

Il sesto chakra va oltre alla definizione di intelligenza per come la conosciamo. E’ conoscenza allo stato puro, dove anche il pensiero stesso non è più necessario. E’ anche un luogo dove le singole individualità si fondono, dove non vi è più nessuno che conosce e dove rimane solo la conoscenza, un luogo ove non vi è separazione tra interiore ed esteriore, tra me e te, nessuna dualità. Il sesto corpo ha un sapore transpersonale.

Si ritiene che il sesto chakra si prenda cura della persona quando l’ego, tramite un percorso spirituale, non ha più un ruolo primario. Il sesto chakra inizia a coordinare il corpo e la mente da una conspevolezza più elevata dell’ego, tanto che uno dei suoi nomi è “il chakra del comando”. L’ego mantiene la personalità unita attraverso una fitta rete di pensieri, emozioni e condizionamenti, perlopiù acquisiti, mente l’Ajna chakra produce una visione, una conoscenza e un’azione diretta, non mediata da alcun condizionamento del passato.

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Unlinking ourselves through technology

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Any time there is contact with a new technology, as Marshall McLuhan tells us in Understanding Media, this brings us to “an extension or self-amputation of our physical bodies, and such extension also demands new ratios or new equilibriums among the other organs and extensions of the body.”

The self-amputation aspect is hardly considered by people who deal with the media and technologies, much less by marketing offices. The potentialities of any new technology in extending our abilities are magnified, but there’s attention on the self-amputation side only when there is obvious damage.

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Ogni volta che vi è il contatto con una nuova tecnologia, Marshall McLuhan, ne Gli strumenti del comunicare, ci insegna che questa ci porta a “un’estensione o un’autoamputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti o nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo.”

La parte di autoamputazione viene presa meno in considerazione da parte di chi si occupa di media e tecnologie, e ancora di meno da parte degli uffici marketing. Ogni nuova tecnologia viene esaltata nelle sue potenzialità di estensione delle nostre possibilità ma l’altra faccia della medaglia, l’autoamputazione, viene considerata solo quando vi sono dei danni evidenti.

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Facebook and the sorcerer’s apprentice of the Net

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Analysis and interpretation of symbols has always been considered more a magical than a technological act.

While once magical skills were applied to celestial bodies and the flight of birds, the symbols to be interpreted nowadays are computer programming codes and financial analysis charts, so complex that their interpretation often seems to require abilities closer to magic than to science.

Historicaly, exclusive languages have always been an instrument of power, as Latin was for the Church.

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Interpretare e analizzare i simboli è sempre stato considerato un atto magico prima ancora che tecnologico, lasciato ai sacerdoti, agli astrologi.

Gli astri e i voli degli uccelli, riportati ai giorni nostri sono i codici di programmazione dei computer e i grafici delle analisi finanziarie, la cui complessità interpretativa richiede spesso attitudini che si avvicinano più alla magia che alla scienza.

Nella storia, i linguaggi di uso esclusivo sono sempre stati uno strumento di potere, come lo è stato il latino per il clero.

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Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0
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