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Sono felice di recevere il premio letterario The IndieReader Discovery Awards nella categoria Psychology per The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet. La giuria, formata da professionisti del mondo editoriale , ha annunciato i vincitori alla Book Expo America (BEA) a New York.

Inoltre, The Digitally Divided Self verrà tradotto in Italiano e pubblicato da Bollati Boringhieri editore nella collana Saggi Psicologia, con il titolo “Il sè digitale diviso”. Sono onorato dal fatto che l’edizione Italiana venga pubblicata da un marchio di tale prestigio e storia.

Un grazie particolare a Stefano Mauri, presidente del gruppo GeMS, che negli ultimi 20 anni ha contribuito instancabilmente all’indipendenza e al rilancio delle case editrice italiane di qualità, oltre che essersi prodigato per la diffusione della cultura libraria e per la difesa della libertà di stampa in Italia. Un ringraziamento anche a Michele Luzzatto di Bollati Boringhieri per aver creduto in The Digitally Divided Self e per il supporto nella definizione dell’edizione Italiana.

Infine, il mio piccolo ebook gratuito Facebook Logout: Experiences and Reasons to Leave it per diverse settimane a Marzo ed Aprile è stato primo in classifica nel Kindle Store di Amazon per l’area General Technology & Reference. Per ragioni fiscali che vanno al di là della mia comprensione, per alcune nazioni Amazon applica una tassa (di poco meno di un Euro, a seconda dello stato), mentre su Smashwords è completamente gratuito.

Per svariati impegni in questo periodo non riesco piu’ a gestire la doppia lingua. Poiche’ la maggior parte dei visitatori di questo blog arriva dall’estero, dovendo scegliere, ho optato temporaneamente per una lingua internationale. Credo che la maggior parte dei visitatori italiani di questo sito conosca l’inglese.

Clicca sulla bandierina britannica in alto a destra per l’articolo in inglese.

Per svariati impegni in questo periodo non riesco piu’ a gestire la doppia lingua. Poiche’ la maggior parte dei visitatori di questo blog arriva dall’estero, dovendo scegliere, ho optato temporaneamente per una lingua internationale. Credo che la maggior parte dei visitatori italiani di questo sito conosca l’inglese.

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Ivo Quartiroli - facebook logoutFacebook Logout: Experiences and Reasons to Leave it è disponibile in Inglese per il download gratuito in diversi formati a Smashwords. E’ anche disponibile in diversi negozi online quali Barnes & Noble e Kobo.

Un grazie speciale a tutti coloro che hanno contribuito.

L’indice:

Chapter 1: Musings about Facebook
The Quality of Relationships
Privacy Issues
Children
Facebook Changes the Concept of Friendship
The Inner Reasons to Leave
The Logout Process
Chapter 2: Logout Experiences
All Your Time or Nothing
This Time I Really Want to Leave it for Good
Bad Energy
Amplifier of an Inner Discomfort
Looking Through the Keyhole
An Affection-Compensating Tool
Boring to Death
Obsessive-Compulsive
From Village to Global Village
Reliving my Earlier Nightmares
Political Control
Not a Broad Communication
You Always Have to Feed the Beast
A Narrowed Down Tunnel-Vision Style of Contact
References

Oggi ospito un intervento/appello di Enrico Manicardi, che ho avuto modo di conoscere l’estate scorsa e di apprezzare la lettura del suo libro Liberi dalla Civiltà, un’opera importante che traccia le radici della civilta’ e la nostra dipendenza dalla tecnologia. Ivo Quartiroli

Cybersocialità: la morte della socialità di Enrico Manicardi

Parlare degli effetti che i social network hanno sulla vita moderna vuol dire parlare degli effetti della virtualizzazione della socialità. Dopo la virtualizzazione dell’esperienza personale trasfusa nell’epica della narrativa, dopo la virtualizzazione delle immagini portata dalla tecnologia ottica (fotografia, cinema, animazione), dopo la virtualizzazione della partecipazione sociale operata dalla politica (delega di poteri, farsa elettorale, appelli alle autorità), l’invasione del tecno-modo ci delizia della sua più recente conquista: la virtualizzazione della relazione.

Perché darsi la pena di far crescere rapporti personali quando è possibile, con un semplice “click”, trovare sempre qualcuno pronto ad interloquire con noi? Perché darsi la pena di parlare con il vicino di casa quando è possibile parlare con chiunque, nel mondo, connettendosi semplicemente ad Internet? Perché darsi la pena di mettere in piedi una serata conviviale con gli amici quando è possibile scandagliare migliaia di “eventi” già pronti e aderire quello più trendy?

L’esaurimento di tutto ciò che è vivo, reale, e il suo rimpiazzo con un’esistenza nella macchina, ci dice che il mondo in cui viviamo è sempre più sterile, impoverito, privo di calore. La tecnologia, con la sua promessa di ampliare le potenzialità umane, esercita in realtà l’effetto opposto: le esaurisce, le atrofizza, le spegne. E soprattutto impedisce ogni confronto tra ciò che essa mette a disposizione e ciò che toglie: interloquire con gli sconosciuti, appunto, invece di parlare negli occhi a qualcuno; numerare gli amici di Facebook invece di godere delle amicizie del cuore; aderire agli eventi programmati invece di creare convivialità.

L’invasione della tecnologia nel campo della socialità non è da meno. Non sono molti anni che i social network si sono diffusi nel mondo, eppure il termine “comunità” ha già perso tutta la sua carica vitale per trasformarsi in qualcosa di asettico e funzionale alla potenza della Macchina: comunità non è più quell’insieme di persone legate da vincoli solidaristici e di condivisione della vita, ma una rete di telecomunicazione e di sviluppo dei nuovi media.

Nel tecno-mondo non c’è posto per ciò che è umano, ma solo per ciò che è adattabile ai valori del tecno-mondo, ai suoi meccanismi di funzionamento, al suo potere. La planetarizzazione della tecnologia non svilupperà mai alcuna socialità, ma solo una “nuova” socialità che sarà sempre meno una socialità e sempre più una meccanica di relazione. La socialità morirà perché più saremo convinti che basti accendere un computer per essere “in contatto” con il mondo, più perderemo la capacità di accorgerci che nel computer non c’è il mondo ma un mondo: quello finto, programmato, spettacolarizzato e inconsistente della realtà virtuale.

E infatti, più dilagano i social network, più si spopolano i luoghi della socialità reale: le campagne, i cortili, le piazze, le strade. La gente non manifesta più, non si confronta più, non dibatte più su nulla. I bambini non giocano più tra loro ma da soli, appiccicati a monitor e a schermi digitali. Aumentano i nuclei monofamigliari, gli adulti non si fermano più fare quattro chiacchiere coi confinanti e persino gli anziani si divertono a chattare nella solitudine del loro sempre più crescente isolamento. Nel mondo della socialità telematica tutto cresce tranne la socialità: siamo sempre più soli, segregati, separati gli uni dagli altri, da noi stessi, dal nostro ambiente ecologico.

Dobbiamo riprenderci la nostra vita reale: quella immersa nel calore di relazioni vive e sensuali; quella che ci restituisce lo splendore di un’alba mattutina e i colori del mare, i canti della Terra, i sapori della vita e le sue avventure (e disavventure); quella che ci rende consapevoli di noi stessi e dunque anche responsabili verso gli altri, non indifferenti. Quella insomma che ci invita a spegnere computer, videotelefoni, iPad, iPod, iPhone e ci rimette a parlare con i nostri cari, ad abbracciare i nostri conoscenti, a baciare i nostri amici e compagni e a desiderare di essere persone reali e non “nickname”. Esseri umani, dunque, non macchine.

Enrico Manicardi è autore di Liberi dalla Civiltà.

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in English.

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in English.

Chris Arning wrote a thoughtful review of The Digitally Divided Self on his Semiotico blog:

If I had to sum up this book I might say “Marshall McLuhan meets the Dalai Lama”, but this is too trite, simplistic a verdict for what is an important and erudite text which covers a lot of ground and alerts us to a surreptitious peril.

There have been several minatory counter blasts about the Internet published recently. Perhaps you have come across The Net Delusion. Well, this book provides a similarly sobering view on the internet but from the spiritual perspective rather than the political one. Where Morozov points to the stultifying nature of the internet, Mr Ivo Quartiroli highlights the effect of the internet on our psyches and our well being. What makes this an important book is that, whether you subscribe to the broadly mindfulness-based substrate of the thesis, it critically evaluates the internet from a genuinely humanist perspective asking how it affects our state of mind. Quartiroli seems genuinely concerned by the narcosis into which we may be falling as we rush headlong into the dubious embrace of digital media.

Nicholas Carr’s The Shallows warned us of a rewiring of our brains and the engendering of shallow, distracted thinking patterns through heavy internet use. Eli Pariser’s Filter Bubble highlights how – through the offices of customizing algorithms – search engines sequester us in walled gardens and render our Internet search experiences much more parochial than we’d imagine. This book is a more ambitious enterprise, with more far reaching ramifications, in the sense that it suggests that the internet is in the process of altering our very states of consciousness in ways we are not aware of. This is certainly not the first book on this broad topic. Sherry Turkle in her latest book Alone Together reveals research into the deleterious effects of Internet and mobile phone usage on families and how it erodes emotional closeness and intimacy amongst young Millenials.

Read more…

Needless to say, I am very grateful to Chris for taking the time to share his deep insights about IT, the soul and The Digitally Divided Self.

Tutti conosciamo i gruppi musicali attivi, o gli attori del momento, ma sappiamo molto meno di loro dopo che cambiano o interrompono le loro carriere o quando si ritirano. Tuttavia, spesso le storie più interessanti di vita accadono quando qualcuno cambia consapevolmente il suo percorso di vita.

Analogamente, nella partecipazione a Facebook, sappiamo quasi tutto delle persone che sono molto attive, ma non sappiamo molto delle persone che hanno rallentato la loro presenza o hanno lasciato il sito. Ci sono perlomeno altrettanti motivi per diminuire il nostro impegno o per lasciare Facebook che per farne parte.

Se sei una di quelle persone che hanno scelto di non partecipare, rallentare o di prendere la via d’uscita da Facebook, per favore condividi la tua esperienza. Perchè hai lasciato Facebook e quali erano i motivi di discontento?  C’è stato qualcosa che ha scatenato la tua decisione? Sto raccogliendo esperienze simili per un ebook su Facebook e sulle opinioni delle persone riguardo ai social media, in particolare sui motivi per andarsese. L’ebook sarà gratuito.

Sono particolarmente interessato ad esplorare la tua storia con le motivazioni interiori che ti hanno portato ad allontanarti da Facebook. Riporterò le tue parole senza esporre il tuo nome o il tuo indirizzo email. Necessito solo sapere se sei maschio o femmina, l’età approssimativa e la nazionalità. Naturalmente, riceverai una copia dell’ebook. In qualche caso potrei lavorare sul tuo testo per motivi di scorrimento, ma ne rispetterò comunque il significato.

Per favore manda le tue esperienze a ivotoshan (chiocchiola) yahoo (punto) it. Può essere di alcune righe o diverse pagine, come preferisci. In ogni caso gli darò la mia completa attenzione. Nel caso che io necessitassi di maggiori chiarimenti, ti manderò una email. Inoltre, se conosci qualcuno che potrebbe contribuire alla mia ricerca, per favore mandagli questo messaggio.

Puoi leggere la mia opinione su Facebook ai seguenti articoli

Resistendo a Facebook

Dopo qualche mese su Facebook

Il gioco di Facebook

Grazie per qualsiasi contributo tu possa dare,

Ivo

Reading Aloud

Indranet.org sospende a tempo indeterminato gli articoli in lingua italiana. Per svariati impegni non riesco piu’ a gestire la doppia lingua. Poiche’ la maggior parte dei visitatori di questo blog arriva dall’estero, dovendo scegliere, ho optato per una lingua internationale.

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In una delle mie rare apparizioni su Facebook, ho scritto una breve considerazione sull’assurdità di trascorrere più di un’ora per leggere con cura (come dovrebbe essere per le persone a cui teniamo) gli aggiornamenti degli amici… dell’ultima ora.

L’ultimo commento che ho ricevuto alla mia nota è stato “Se non ti piace non giocarci…”. Questo amico è piuttosto attivo su Facebook, condivide parole, video, link, e altro. E’ un artista e un ricercatore spirituale, un vero amico con cui abbiamo condiviso dialoghi profondi, meditazioni e ci siamo anche divertiti assieme, non come uno dei tipici “amici” nel modo in cui Facebook ha ridefinito questa parola. Ha un grande cuore.

Dopo qualche giorno dal commento, ho realizzato che ho sentito diverse volte persone che fanno un lavoro spirituale, affermare che Facebook è solo un gioco, che ci si può divertire ma rimanendone distaccati, sapendo che è un gioco della mente senza per questo dovercisi attaccare, come un essere illuminato che potrebbe osservare l’attività della sua mente come increspature alla superficie della sua coscienza. Secondo questo ragionamento, la coscienza non rimane influenzata da queste increspature.

Credo che ci sia una profonda incomprensione alla base di questo presupposto. Per quanto sia vero che un essere illuminato è al di là dei singhiozzi della mente e può osservarli come un testimone invece che rimanerne coinvolto, per tutti noi, interfacciarsi ripetutamente con uno strumento andrà ad influire sulla nostra relazione con lo strumento stesso e sul rapporto con le persone dall’altra parte dello schermo.

Nonostante la sicurezza di essere più forti di qualsiasi attività che ci coinvolge per diverse ore al giorno, la realtà è che possiamo e spesso effettivamente ci attacchiamo allo strumento e alle azioni ripetitive connesse. Questo si applica anche per i ricercatori spirituali. Se continuiamo ad alimentare il corpo con cibo malsano e chimica, ci sono buone probabilità che ne sentiremo le conseguenze. Anche per le persone spiritualmente evolute, in quanto il corpo risponde perlomeno tanto agli stimoli meccanici quanto ad una consapevolezza elevata, la quale non dà garanzia di vita lunga o salute sul piano fisico.

Diversi insegnanti spirituali affermano che anche la mente è un meccanismo, e che il corpo e la mente in realtà sono un’accoppiata corpo-mente, dove la mente non è meno meccanica del corpo. Qualsiasi ricercatore spirituale sa che la mente è soggetta a forti condizionamenti da parte di esperienze precoci, da messaggi esterni ricevuti, e anche dai nostri stessi pensieri. Tali condizionamenti appannano la nostra consapevolezza e non consentono alle nostre vite di fluire liberamente.

Uno dei classici insegnamenti per la liberazione della mente è di non farsi trascinare dall’infinito chiacchiericcio della mente che è una fonte di distrazione, un ostacolo all’esplorazione interiore, e un ostacolo al silenzio da cui sorgono le intuizioni e la profondità.

Perchè mai la mente non dovrebbe anche essere condizionata da Facebook, not solo in termini dei contenuti visualizzati, ma specialmente dal  modo in cui interagiamo, dall’interfaccia stessa? Nonostante abbia sentire affermare da alcuni che “guardano ai messaggi di Facebook in un modo meditativo”, osservandone il flusso senza attaccamenti (e mi viene da domandarmi comunque se si tratta dell’approccio senza attaccamenti di una mente meditativa oppure semplice indifferenza e noia), l’interfaccia e il modo in cui comunichiamo con Facebook ci tocca più in profondità dei contenuti veri e propri. Sappiamo dai tempi di McLuhan che “il medium è il messaggio”.

Il modo stesso di comunicare, tramite lo scorrimento dello schermo, i click del mouse (o il tocco del touchscreen), con delle finestre aperte, associando gli amici con delle piccole icone, e comunicando di base ad un livello mentale senza la presenza del corpo, mentre si è pure distratti da ulteriori eventi che sono attivi sullo stesso schermo, porterà inevitabilmente ad una trasformazione del significato interiore di amicizia e di comunicazione. Per le persone più giovani, potrebbe diventare un imprinting.

I siti come Facebook tendono ad assorbire il nostro tempo e attenzione, si alimentano dei contenuti generati dagli utenti ed analizzano le nostre parole, messaggi, link, profili e le nostre amicizie allo scopo di vendere i nostri dati agli inserzionisti.Certamente possiamo giocare al gioco di Facebook, ma mi accerterei prima se sono il giocatore o la pedina giocata.

Vedi anche: Resistendo a Facebook

Dopo qualche mese su Facebook

The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet is on Amazon

 

Non c’e’ la traduzione italiana, almeno per ora.

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