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Internet ci porta davvero all’apertura mentale?

Da quando Internet è entrato nelle nostre vite è stato ritenuto come il medium che avrebbe dovuto stimolare un incontro positivo tra le culture ed a facilitare la diffusione delle informazioni che venivano trascurate dai media tradizionali. Pur essendo vero che chiunque può aprire un blog o un sito web con un minimo investimento tecnico e finanziario e condividere così i propri scritti, musica o video the il mondo intero, sembra che i grandi media siano ancora più grandi in Rete e che la comprensione tra le culture non sia molto migliorata anche 15 anni dopo la diffusione di massa di Internet.

Se osserviamo il mondo accademico, l’Economist ha pubblicato un articolo intitolato “Le grandi menti pensano (troppo) simile“  dove viene presentata la ricerca di James Evans, un sociologo dell’università di Chicago, il cui lavoro è stato pubblicato su Science. Le conclusioni del suo lavoro sono che “all’aumentare delle riviste disponibili online, un numero minore di articoli vengono menzionati nell’elenco degli scritti di ricerca. Inoltre, gli articoli che vengono maggiormente menzionati tendono ad essere quelli pubblicati più di recente. Invece di crescere in lunghezza, la coda lunda viene tagliata”. La coda lunga è un termine coniato da Chris Anderson nel 2004 per definire i mercati di nicchia che possono essere approcciato dal Web, dove i prodotti unici assumono un’importante valore commerciale.

Evans ha scoperto al contrario che la grande varietà di articoli disponibili in Rete, lungi dall’espandere la portata delle fonti citate, in realtà privilegia quelle che sono già note e in maggior modo le più recenti, probabilmente le più semplici da trovate con Google.

A livello commerciale, New Scientist ha pubblicato l’articolo “Lo shopping online e l’effetto Harry Potter“, scrivendo che “i grandi venditori non sono mai stati così grandi… Andrew Bud dell’azienda di software per cellulari mBlox ha analizzato un anno di download da un famoso negozio di musica su Internet. Ha trovato che, dei 13 miioni di brani disponibili, 52.000, solo lo 0,4 percento dei titoli, produceva l’80 percento dei download.

New Scientist spiega il fenomeno così: “la facilità della copia digitale e la comunicazione efficiente tramite i cellulari, le email e i social network incoraggia le mode che si muovono e cambiano velocemente. Il risultato è una omogeneizzazione dei gusti che accrescono le probabilità che qualcosa di popolare diventi un bestseller, portando maggiore successo a ciò che lo ha già”.

Questo è stato confermato sperimentalmente da Duncan Watts, un sociologo alla alla Columbia University di New York.

Insieme con i suoi colleghi Matthew Salganik e Peter Dodd, ha testato gli effetti della comunicazione e l’approvazione dei coetanei sui gusti musicali di 14.000 adolescenti reclutati online come volontari  (Science, vol. 311, p. 854). Ai volontari è stato messo a disposizione un set di 48 canzoni. I volontari avrebbero potuto scaricare qualsiasi canzone. I ricercatori hanno diviso i volontari in otto gruppi; in alcuni, i membri dei gruppi potevano vedere ciò che stavano scaricando i loro coetanei, ma in altri non vi era tale informazione. Nei gruppi socialmente connessi, il vincitore prese tutto: le canzoni popolari divennero ancora più popolari, quelle non popolari divennero ancora più trascurate. Questo effetto era meno evidente nei gruppi socialmente isolati.

Watts ritiene che il sovraccarico di informazioni ci rende più dipendenti rispetto alle opinioni altrui per capire cosa ci piace. Quindi New Scientist si chiede: “perché, quando abbiamo così tante informazioni a disposizione, siamo così preoccupati rispetto ai gusti degli altri? Non ci fidiamo dei nostri giudizi?”

In un altro articolo, uno psicologo ha scoperto che i Wikipediani sono scontrosi e chiusi di mente. In un test psicologico, i Wikipediani, come ci si sarebbe aspettato, “erano più a loro agio online che nel mondo reale” ma anche, sorprendentemente, hanno avuto un basso punteggio rispetto alla cortesia e all’apertura.

In Italia, durante una conferenza dedicata alla musica in Rete, on ragazzo ha domandato allo speaker: “Possiamo scaricare la discografia completa di qualsiasi artista, ma il problema è: Cosa ci piace?”. Una domanda interessante che dà il vero senso della questione.

Le scelte sono connesse con la nostra personalità, le scelte sono ponti tra la visione interiore e un evento esterno. Possiamo effettuare le scelte opportune per noi quando possiamo ascoltarci abbastanza in profondità in modo da accedere all’essenza della nostra personalità e collegarla alla vita esterna. Ma per poter fare questo necessitiamo sia di una solida personalità di cui siamo consapevoli e di un lasso di tempo tranquillo e vuoto per guardare al nostro interno invece di rincorrere solamente input esterni. Entrambi gli stati sono difficili da ottenere nella vita online.

Tendiamo a credere che le informazioni possano costruire la nostra personalità e darci una individualità. Ci identifichiamo primariamente con ciò che conosciamo, con i nostri pensieri e ciò a cui crediamo, in altre parole con ciò che ci riempie la mente. Ma tali aspetti sono fregili e irreali come i mercati finanziari dei derivati. Le idee e le credenze che ci riempiono la mente sono essenzialmente i prodotti dei nostri condizionamenti familiari e culturali, che danno all’ego l’illusione di essere “qualcuno” con le sue uniche peculiarità.

L’informazione, staccata dall’esperienza, separata da una visione interiore sentita e scollegata da una base etica, più che altro rinforza i nostri condizionamenti invece di aprirci la mente verso nuove aree. Neil Postman, in Technopoly: The Surrender of Culture to Technology (New York: Vintage Books, 1993, p. 63), scrisse:

L’informazione è pericolosa quando non ha un luogo dove andare, quando non c’è una teoria a cui si applica, nessun modello a cui si adatta, quando non serve uno scopo più elevato.

Il lavoro e l’hobby principale della mente è quello di separare, di discriminare, di giudicare. Ci fornisce un modo potente per leggere e agire sulla realtà, che ha dato alla scienza e alla tecnologia i ruoli predominanti nella nostra cultura. A meno che la mente non è subordinata ad una consapevolezza più estesa, essa è non-inclusiva per natura. Secondo questo punto di vista non ci si sorprende che online tendiamo a rimanere nel nostro territorio con ciò che è già conosciuto ed accettato dalla nostra mente. Le nostre connessioni sociali online possono senza dubbio ampliare le menti, ma, soprattutto, come già avviene con altri media, promuovono l’uniformità.

In reatà vediamo il paradosso dell’uniformità insieme all’esplosione delle differenze; Lee Siegel ha espresso questo paradosso in modo tale che una persona “deve sembrare di più come chiunque altro che qualsiasi altra persona sembri come chiunque altro”. (Against the Machine, New York: Spiegel & Grau, 2008, p. 73).

La fonte di questa apparente contraddizione è nell’ego stesso, che necessita di riconoscimento e di essere accettato dal prossimo, ma allo stesso tempo di sentirsi diverso da chiunque altro per poter dimostrare il suo essere speciale. Commercialmente ci vengono proposte milioni di scelte per farci credere di essere unici ma di fatto le persone tendono a scegliere ciò che è già noto  oppure ciò che è noto a qualcuno a cui vogliamo essere connessi ed apprezzati, analogamente agli adolescenti che dipendono dalle opinioni dei coetanei.

Quando ci propongono milioni di opzioni commerciali e ne scegliamo uno, ci illudiamo nel credere che stiamo riconoscendo noi stessi e costruendo una parte della nostra individualità. Il mercato, come avevano già osservato i Situazionisti negli anni 50, come prima cosa ci toglie i nostri bisogni reali di connessione ed autenticità, poi ci illude nel darci ciò che necessitiamo, ma in un pallido riflesso del reale, lasciandosi sempre assetati per un “reale” che non giunge mai.

La varietà espressa dal Web è ampia e importante e si espenderà ulteriormente, ma sembra che le forze verso la varietà si sono rigirate verso la concentrazione delle fonti di informazione, come ha affermato Nicholas Carr in un’intervista per il The Sun magazine.

Una volta si credeva che il Web era essezialmente centrifugo: che spingeva le persone lontano dalle grandi fonti centrali di informazione verso limioni di fonti piccole e indipendenti frammentate nella rete. Ma risulta chele forze centrifuche – forze che ci riportano indietro verso i grossi centri di potere – sono altrettanto forti sul Web. I grandi diti hanno grandi vantaggi e sembra che diventino più forti con il passare del tempo. I tempi del Vecchio West in Rete stanno volgendo alla fine. La tendenza ora è più verso la consolidazione del traffico e del potere che verso la loro diffusione.

Le nostre scelte riguardo le informazioni possono arrivare dal nostro profondo se ci consentiamo di sentire la nostra profondità. Più ingoiamo informazioni meno siamo in grado di effettuare scelte autentiche. Non possiamo scegliere in modo autentico perché non ci ascoltiamo e non ci ascoltiamo perché non esercitiamo mai i nostri muscoli dell’attenzione interiore e di conscguenza si indeboliscono prestando attenzione solo ad input esterni e perlopiù brevi frammenti informativi senza un’ampia visione. Quando non possiamo contattare il nostro sé o quando l’abitudine di grandarsi dentro si indebolisce, possiamo solamente rimettere le nostre scelte alla massa o magari al sito web più veloce. Così facendo ci identifichiamo maggiormente con i contenuti delle informazioni che vengono versate nella nostra mente e meno con le nostre qualità essenziali.

Uno dei mantra di Internet è che non vi sono barriere di status sociale, di religione, di nazione  o ideologiche. Questo è vero per quanto riguarda la possibilità di accedere qualsiasi tipo di informazione in Rete, ma più ci identifichiamo con i contenuti della mente, più edifichiamo difese contro le informazioni estranee che scuoterebbero le nostre strutture mentali e di conseguenza la nostra identità. La vera apertura mentale può avvenire quando non ci identifichiamo con le idee e le  credenze della mente, ma con le nostre qualità interiori sentite che vengono supportate dall’osservazione dei processi mentali e dall’accettazione del vuoto mentale.

Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0
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