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Cybersocialità: la morte della socialità

Oggi ospito un intervento/appello di Enrico Manicardi, che ho avuto modo di conoscere l’estate scorsa e di apprezzare la lettura del suo libro Liberi dalla Civiltà, un’opera importante che traccia le radici della civilta’ e la nostra dipendenza dalla tecnologia. Ivo Quartiroli

Cybersocialità: la morte della socialità di Enrico Manicardi

Parlare degli effetti che i social network hanno sulla vita moderna vuol dire parlare degli effetti della virtualizzazione della socialità. Dopo la virtualizzazione dell’esperienza personale trasfusa nell’epica della narrativa, dopo la virtualizzazione delle immagini portata dalla tecnologia ottica (fotografia, cinema, animazione), dopo la virtualizzazione della partecipazione sociale operata dalla politica (delega di poteri, farsa elettorale, appelli alle autorità), l’invasione del tecno-modo ci delizia della sua più recente conquista: la virtualizzazione della relazione.

Perché darsi la pena di far crescere rapporti personali quando è possibile, con un semplice “click”, trovare sempre qualcuno pronto ad interloquire con noi? Perché darsi la pena di parlare con il vicino di casa quando è possibile parlare con chiunque, nel mondo, connettendosi semplicemente ad Internet? Perché darsi la pena di mettere in piedi una serata conviviale con gli amici quando è possibile scandagliare migliaia di “eventi” già pronti e aderire quello più trendy?

L’esaurimento di tutto ciò che è vivo, reale, e il suo rimpiazzo con un’esistenza nella macchina, ci dice che il mondo in cui viviamo è sempre più sterile, impoverito, privo di calore. La tecnologia, con la sua promessa di ampliare le potenzialità umane, esercita in realtà l’effetto opposto: le esaurisce, le atrofizza, le spegne. E soprattutto impedisce ogni confronto tra ciò che essa mette a disposizione e ciò che toglie: interloquire con gli sconosciuti, appunto, invece di parlare negli occhi a qualcuno; numerare gli amici di Facebook invece di godere delle amicizie del cuore; aderire agli eventi programmati invece di creare convivialità.

L’invasione della tecnologia nel campo della socialità non è da meno. Non sono molti anni che i social network si sono diffusi nel mondo, eppure il termine “comunità” ha già perso tutta la sua carica vitale per trasformarsi in qualcosa di asettico e funzionale alla potenza della Macchina: comunità non è più quell’insieme di persone legate da vincoli solidaristici e di condivisione della vita, ma una rete di telecomunicazione e di sviluppo dei nuovi media.

Nel tecno-mondo non c’è posto per ciò che è umano, ma solo per ciò che è adattabile ai valori del tecno-mondo, ai suoi meccanismi di funzionamento, al suo potere. La planetarizzazione della tecnologia non svilupperà mai alcuna socialità, ma solo una “nuova” socialità che sarà sempre meno una socialità e sempre più una meccanica di relazione. La socialità morirà perché più saremo convinti che basti accendere un computer per essere “in contatto” con il mondo, più perderemo la capacità di accorgerci che nel computer non c’è il mondo ma un mondo: quello finto, programmato, spettacolarizzato e inconsistente della realtà virtuale.

E infatti, più dilagano i social network, più si spopolano i luoghi della socialità reale: le campagne, i cortili, le piazze, le strade. La gente non manifesta più, non si confronta più, non dibatte più su nulla. I bambini non giocano più tra loro ma da soli, appiccicati a monitor e a schermi digitali. Aumentano i nuclei monofamigliari, gli adulti non si fermano più fare quattro chiacchiere coi confinanti e persino gli anziani si divertono a chattare nella solitudine del loro sempre più crescente isolamento. Nel mondo della socialità telematica tutto cresce tranne la socialità: siamo sempre più soli, segregati, separati gli uni dagli altri, da noi stessi, dal nostro ambiente ecologico.

Dobbiamo riprenderci la nostra vita reale: quella immersa nel calore di relazioni vive e sensuali; quella che ci restituisce lo splendore di un’alba mattutina e i colori del mare, i canti della Terra, i sapori della vita e le sue avventure (e disavventure); quella che ci rende consapevoli di noi stessi e dunque anche responsabili verso gli altri, non indifferenti. Quella insomma che ci invita a spegnere computer, videotelefoni, iPad, iPod, iPhone e ci rimette a parlare con i nostri cari, ad abbracciare i nostri conoscenti, a baciare i nostri amici e compagni e a desiderare di essere persone reali e non “nickname”. Esseri umani, dunque, non macchine.

Enrico Manicardi è autore di Liberi dalla Civiltà.

Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0
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