Feed on
Posts

Vicino, più vicino, attaccato allo schermo

Tutti ricordano quando, da bambini, i genitori ci dicevano di non avvicinarci troppo alla TV. Quello era “vicino”. Poi arrivò il PC e ci siamo spinti più vicino allo schermo. Poi, con i PC portatili, ancora più vicino. Infine, con gli smartphone, stiamo praticamente attaccati allo schermo.

Le informazioni che compaiono sullo schermo ci obbligano quasi a seguirle con gli occhi. Dare attenzione alle novità visive attiva l’antico sistema neurofisiologico, il quale ci ricompensa con una piacevole scarica di dopamina. Nei tempi antichi, fare attenzione a uno stimolo visivo significava avere più possibilità di sopravvivenza, quindi era un’attività ricompensata. Poiché qualsiasi novità visiva poteva essere un predatore o una preda, il nostro sistema neurofisiologico ha sviluppato sistemi di ricompensa per darci più possibilità di sopravvivenza.

Una della cause della dipendenza da Internet, da videogame e in generale da gadget elettronici potrebbe essere questo bisogno di seguire i numerosi stimoli visivi esterni. Ciò che succede sullo schermo porta alla necessità di dare attenzione a ciò che sta avvenendo, attivando così il sistema dopaminico di ricompensa.

Nonostante ci troviamo ad osservare diversi input in veloce sequenza, il campo di visione e il movimento degli occhi rimangono comunque piuttosto limitati, tanto che ci si trova spesso a fissare lo schermo. Molti anni fa, una mia amica artista, sapendo che passavo molto tempo di fronte allo schermo, mi donò un piccolo dipinto che rappresentava un panorama dove gli occhi potevano rilassarsi in un modo non focalizzato. Era un’dea molto  gentile ed utile, ma non l’ho veramente usato poiché la pressione degli input esterni era più forte.

L’atto di fissare porta sia ad un limitato movimento oculare che alla diminuzione della frequenza con cui si battono le ciglia. Quando si passano parecchie ore al giorno a fissare uno schermo, qualcosa a livello neurofisiologico è probabilmente destinato a cambiare.

Sappiamo che muovendo gli occhi in diverse direzioni è possibile migliorare la memoria e la comunicazione tra i due emisferi del cervello. L’articolo della “British Psychological Society”, riporta che:

102 partecipanti hanno ascoltato 150 parole, organizzate in dieci temi (ad esempio, tipi di veicoli), letti da una voce maschile. Poi, 34 di questi partecipanti hanno ruotato gli occhi a destra e a sinistra in sincronia con un  target orizzontale per 30 secondi (movimenti saccadici degli occhi); 34 partecipanti muovevano gli occhi in su e in giù in sincronia con un target verticale, e i partecipanti rimanenti hanno fissato lo sguardo di fronte, fissando un target stazionario.

Dopo i movimenti degli occhi, tutti i partecipanti hanno ascoltato un misto di parole: 40 parole che avevano già ascoltato in precedenza, 40 nuove parole senza alcuna relazione con le precedenti e 10 parole che erano nuove ma che corrispondevano ad uno dei temi originali. In tutti i casi i partecipanti dovevano dire quali parole avevano già ascoltato in precedenza e quali erano nuove.

I partecipanti che avevano effettuato dei movimenti oculari verso i lati ottennero i risultati migliori da tutti i punti di vista: riconobbero un numero maggiore delle vecchie e nuove parole come tali. Ma la cosa più importante fu che si lasciarono meno ingannare dalle parole nuove il cui significato corrispondeva ai temi originali, cioè esse venivano riconosciute correttamente come nuove. Questo è importante, poiché l’identificazione erronea di una di quelle parole “subdole” come “già ascoltata” è considerata una misurazione di laboratorio della falsa memoria.

I movimenti degli occhi migliorano anche la creatività e la risoluzione dei problemi. “Science Blogs” (How moving your eyes in a specific way can help you solve a complex problem without even realizing), descrive alcune ricerche sul tracciamento oculare di Grant and Spivey (2003). Queste ricerche hanno dimostrato che le persone risolvevano spontaneamente un problema medico, senza alcun suggerimento, quando guardavano l’immagine di un corpo umano in modo da muovere gli occhi dentro e fuori tale corpo. Questa viene chiamata “conoscenza incorporata”: in altre parole, alcune parti del corpo riflettono esternamente un processo mentale interno.

Vi sono poi ipotesi secondo le quali la comunicazione tra gli emisferi cerebrali viene migliorata dai movimenti degli occhi nelle diverse direzioni; inoltre, tali movimenti possono costituire un supporto alla terapia psicologica.

Sappiamo quindi che l’atto del  ruotare gli occhi ci porta ad un miglioramento della memoria, ad un aumento della creatività e ad un maggiore scambio di informazioni tra gli emisferi cerebrali. Sovraccarico informativo, scarso movimento degli occhi e diminuite capacità creative e di memoria entrano quindi in un feedback reciproco. A questo proposito, ogni tanto pratico un leggero fitness neurofisiologico, ruotando i globi oculari in ogni direzione per alcuni minuti.

Personalmente ho anche notato che mantenere lo sguardo su un oggetto vicino, per un tempo  prolungato, diminuisce la mia capacità di vedere le cose in una prospettiva ampia e di correlare informazioni tra loro distanti. Tendo a vedere il singolo albero, ma non l’intera foresta. Trovo fondamentale poter portare lo sguardo in lontananza nei momenti di riflessione, in una modalità rilassata e sfocata. Dovunque mi trovi, cerco di stare nei piani alti con una vista ampia.

Inoltre, mantenere il fuoco visivo sempre alla stessa distanza e alla stessa angolatura porta ad una diminuzione del battito della palpebre, generando simbolicamente una “fissità” anche del pensiero.

Se questa fissazione è già negativa per gli adulti, ancora peggiore è per i bambini. Questi ultimi ricevono forti pressioni a sviluppare prematuramente il loro lato intellettuale, ma diverse ricerche hanno dimostrato che i bambini imparano soprattutto attraverso il corpo, ed è proprio questa modalità di apprendimento quella che più tardi li porterà ai successi accademici.  Quindi, se esponete precocemente i vostri figli al computer, li state probabilmente rendendo più ottusi, anziché più intelligenti e creativi.

In più, il contatto ravvicinato con uno schermo a un’età precoce potrebbe interferire con lo sviluppo neurofisiologico. Alliance for Childhood ha pubblicato “Fool’s Guide: A Critical Look at Computer in Childhood” (College Park, 2001) dove, pagina 22, leggiamo:

I bambini e i neonati sviluppano la loro consapevolezza visivo-spaziale prima attraverso i movimenti incrociati nello spazio, come il procedere carponi, poi affinando gradualmente la loro coordinazione mano/occhio, fino a quando gli occhi diventano capaci non solo di seguire le mani, ma anche di guidarle in movimenti sempre più complessi. Infine, dopo molte esperienze integrate tra vista, tocco e movimento, le mani e il resto del corpo nello spazio tridimensionale, i bambini piccoli cominciano a vedere le forme visive come oggetti reali, e a visualizzare oggetti senza davvero vederli. Troppo tempo trascorso guardando passivamente una rappresentazione bidimensionale di oggetti su un monitor – o uno schermo televisivo – può interferire con lo sviluppo di questa capacità.

A pagina 23, leggiamo:

I bambini della scuola elementare hanno più bisogno degli adulti di fare pause dal  computer, perché i loro sistemi nervoso e muscolare si stanno ancora sviluppando. È solo all’età di 11 o 12 anni che la loro capacità di bilanciare e coordinare il movimento, e di focalizzare entrambi gli occhi, si è completamente sviluppata.

A quell’età, la maggior parte dei bambini, nei Paesi occidentali, ha già passato molte ore davanti agli schemi, attraverso videogame, gadget e computer. Prima diamo loro schermi per «migliorare» la loro mente, poi gli diamo il Ritalin per «aggiustarli» dal punto di vista neurofisiologico.

Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0
This work is licensed under a Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0.