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Dopo qualche mese su Facebook

Dopo una serie di resistenze a Facebook ho sperimentato con il social network per qualche mese. La prima resistenza che aveva era quella di presentare un “me stesso” uguale per tutte le persone nella mia lista di amici. Questo mi creava qualche perplessità. Mi piace la varietà umana e da sempre frequento persone delle più varie estrazioni: avventurieri, hippie, artisti, viaggiatori, terapisti, imprenditori, accademici, ricchi, poveri e creative miscele di queste nature. Essendo a mia volta composto da diverse personalità, tendo a mostrare le diverse sfeccettature della mia natura laddove queste possono trovare una corrispondenza. Inevitabilmente questo crea dei rapporti più intimi e personalizzati ma allo stesso tempo limitati da un sottinsieme della nostra personalità.

Con Facebook e il profilo pubblico che abbraccia la nostra persona in modo ampio, c’è stato quindi il timore di non essere riconosciuto “per come sono” dalle singole persone. Mi venne in mente Uno nessuno centomila, l’ultimo romanzo e capolavoro di Luigi Pirandello. Noi siamo fondamentalmente “uno”,  ma per i più delle persone non siamo “nessuno”, mentre di fronte alle moltitudini di persone che ci conoscono siamo “centomila”. Siamo una persona diversa agli occhi di ognuno. Senza andare nei livello spirituali in cui possiamo affermare che tutti quanti siamo in realtà “nessuno” e “tutto” nello stesso momento, rimanendo a livello di psicologia dell’ego e di oggetti di relazione, Facebook è un interessante esperimento.

In rete si è spesso anonimi in molti ambiti: nelle nostre navigazioni nel web, nei network sociali e nei forum perlopiù si usano identità che non ci identificano precisamente. Facebook è un tentativo di riunificare le diverse personalità e di dare un centro di coscienza alla frammentazione di personalità online. E’ un tentativo di superare, seppur a livello digitale, i vari oggetti di relazione. Facebook può rappresentare un’evoluzione rispetto alla ricerca adolescenziale della propria personalità, fase in cui si operano dei tentativi di darsi un’identità sperimentando con la vita e le persone e spesso nascondendosi dietro l’anonimato.

Quindi eccomi qui col “vero me stesso” su Facebook, uguale di fronte a tutti, a riunificare pezzi della mia storia e di conseguenza pezzi della mia psiche. Come sarà questo “io” pubblico? Come un minimo comune multiplo dove le mie relazioni e qualità umane si espandono creativamente tramite la condivisione con gli amici oppure sarà come un massimo comune divisore dove rimangono solo le caratteristiche comuni, quelle accettate dai più? Mi sembra a volte il primo e altre volte il secondo.

Quando nella comunità offline i rapporti umani sono sempre più distanti e formalizzati, dove è stato cementificato quasi tutto il territorio, dove i luoghi di condivisione non commerciali sono sempre più rari, dove il tempo stesso per gli incontri reali viene assorbito in modo crescente dai gadget tecnologici, Facebook è arrivato in soccorso per farci ritrovare un senso di appartenenza e rimanere in contatto con le persone.

La prima cosa che mi ha colpito era che Facebook mi proponeva di aggiornare il mio stato scrivendo in terza persona: “Ivo… “, che avrei potuto completare con “è andato in spiaggia”, “ha cenato con amici”, “sta scrivendo un articolo”, ecc.. Si scrive nella prospettiva degli altri, di essere visti e letti. La terza persona ha una doppia funzione. Da una parte porsi  in terza persona supporta l’osservazione interiore. Il fatto stesso di porsi dal punto di vista altrui aiuta la consapevolezza di noi stessi. Dall’altro lato, parlare in terza persona può alimentare ulteriormente l’ego, forse per il fatto stesso che parlando di noi stessi stiamo alimentando una attenzione che non è quella dell’osservazione interiore, ma quella dell’ego famelico di essere visto e riconosciuto.

Dopo un paio di mesi la proposta iniziale era “Cosa ti passa per la mente” (What’s on your mind?)
Facebook sta dando pià importanza alle funzioni tipo Twitter (“Twitter-like”), stimolando il flusso quasi in tempo reale di messagi associati al quotidiano.  La via della meditazione è quella di lasciare scorrere i pensieri e di non attaccarsi a questi. Dopo anni di lavoro su me stesso, una delle poche cose che ho imparato è che la mente secerne pensieri in continuazione, che la stragrancde maggioranza di questi non sono interessanti e che perlopiù neppure ci appartengono. Il più dei pensieri si presenta in forma di condizionamenti e di ripetizione di pensieri e parole altrui, con qualche variazione sul tema. Ora che inizio ad attaccarmi meno ai miei pensieri e che li lascio scorrere con una certa indifferenza, ecco che Facebook me li eleva a “notizia del giorno”. Va beh…

Comunque ho giocato un po’ con Facebook, scritto alcune note, presentato alcuni link, inserito qualche foto dei miei viaggi. A un certo punto mi è capitato di trovarmi in un’isola tropicale, facendo delle foto ed a pensare a come l’avrei presentata su Facebook. Invece di vivere la situazione con totalità, pensavo a come ritrarla e a ponerla all’interno di un media, allontanandomi dall’esperienza diretta a più livelli. Anche la mente che interferisce fa parte della totalità dell’esperienza e la accetto benvolentieri, ma quando esagera poi la metto in castigo.

Mi ricordo che da bimbo quando succedeva qualcosa di interessante a volte gli adulti mi dicevano “eh… pensa quando lo racconterai agli amici (o a casa)”. Questo mi faceva incazzare perchè mi toglieva dal flusso dell’attività, che fosse giocare o assistere ad uno spettacolo. Per molti anni non ho fatto foto dei miei viaggi e in qualche modo se da qualche anno le faccio è anche per la pressione della condivisione tramite Internet.

Ogni volta che mi connetto a Facebook scorro il flusso degli aggiornamenti degli amici. C’è chi scrive parecchie note al giorno, chi raramente, ci sono note divertenti, serie, appelli, un’amica scrive “dentro qualcosa muore”…. se lo scrive pubblicamente è una richiesta di condivisione, ma fa strano vedere scorrere questo messaggio insieme ad altre decine di segnalazione perlopiù ordinarie e talvolta banali. Conosco un po’ le  vicende di questa amica, non è il caso di rispondere pubblicamente per chiedere ulteriori approfondimenti ma allo stesso momento non mi va di usare Facebook come piattaforma email per mandare un messaggio personale. In questi modo saremo costretti ad entrare in Facebook per continuare un discorso che può avvenire molto più semplicemente tramite email. Scelgo di non mandare alcun commento o messaggio in Facebook, riservandomi di comunicare con lei in altri ambiti (comunque su Internet, via IM o email perché ci troviamo in nazioni diverse). Mi chiedo anche se sto evitando un contatto profondo, preso  a mia volta dalla valanga di superficialità.

Usando Facebook tendo a diminuire il contatto individuale. Più che comunicare, ho scoperto che stavo broadcasting, trasmettendo ad un’audience. Quasi quotidianamente l’audience aumenta, il numero degli amici si espande. L’effetto è seduttivo e gratificante per l’ego, ma è una cosa diversa comunicare ad un pubblico che comunicare ad una singola persona. Con ognuno c’è una storia e una relazione unica. Certo si possono mandare messaggi personalizzati anche con Facebook ma per quello è meglio un qualsiasi programma per mail, mentre Facebook da più enfasi ai messaggi pubblici. Come mailer uso Eudora, vecchio, ancora funzionale ed “ecologico”, che funziona anche con una connessione Internet lenta o via cellulare. Diversamente, le pagine di Facebook sono quasi impossibile da aprire con una connessione non ADSL.

Ho notato che dopo una cinquantina di “amici”, il flusso di messaggi diventa tale che si perde il senso e il loro valore. Tendo a scorrere i messaggi con il mouse come fossero le news di un quotidiano. Come quando tutti quanti suonano il clacson in alcune nazioni, si perde il significato del segnale, si anestetizza l’udito, diventa solo un sottofondo. Già McLuhan aveva rilevato come le tecnologie e i media sono tanto un’estensione quanto un’amputazione delle capacità del corpo/mente.

La mente per sua natura è fatta in modo che dopo un po’ cancella qualsiasi interesse, con la ripetizione dello stimolo si dà meno attenzione allo stesso tipo di input. La mente rincorre la novità. Mi succede lo stesso con i feed dei blog. Appena scoperto un blog seguo con interesse i suoi articoli poi tendo a scorrerli più velocemente. Non vorrei “evaporare” i messaggi dei miei amici allo stesso modo.

Dare qualche notizia di sé su Facebook mi porta anche ad impigrirmi e ad avere una buona scusa per non contattare personalmente le persone. E quelli che non sono su Facebook? la maggior parte de miei amici non sono su Facebook e talvolta neanche usano Internet. Poiché c’è un limite al tempo che si può dedicare alle comunicazioni, questi vengono inevitabilmente penalizzati.

Le notizie veramente importanti sui miei amici, anche quelli che sono su Facebook, non mi sono comunque arrivate da Facebook, sono giunte per contatto diretto, per telefono o qualche volta per email. In ogni caso continuerò il gioco di Facebook ancora, ma potrei anche decidere di smettere in ogni momento mandando una nota ai miei contatti. A parte i motivi sopraesposti, basterebbe che io non sia connesso ad una linea Internet veloce per un certo periodo per farmi passare la voglia di attendere minuti per scorrere le perlopiù banalità che si visualizzano sulle pagine, con tutto il risspetto che ho per i miei amici.

Facebook è senza dubbio il sito di social network meglio congegnato ma tuttavia prevedo un suo sboom di Facebook come per altri siti che erano in auge, tipo Second Life o Myspace. Facebook sarà più persistente di altri siti perché si aggancia a conoscenze vere. Ma così come la mente ha costruito il giochino di Facebook, la mente lo smonterà. La mente perde interesse su tutto, in particolare ciò che rimane solamente sul piano mentale. La forza di Facebook è quella di rappresentare un ponte tra un mondo puramente mentale e il mondo delle relazioni reali. In questo scambio reciproco tra virtuale e reale da una parte si possono “realizzare” alcuni incontri virtuali ma dall’altra si possono “virtualizzare” le persone reali, riducendole nella nostra psiche ad un’iconcina e un flusso di bytes che scorrono sullo schermo. Analogamente, i vari appelli e la varie cause rischiano di contare nel mondo reale quanto una discussione tra carcerati nell’ora d’aria.

Tutto ciò che ho scritto senza considerare i problemi legati alla privacy che sarebbero un preoccupante capitolo a parte.

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