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Derrick De Kerckhove e Maria Pia Rossignaud hanno aggiunto un importante contributo al tema dell’identità mediata dalla tecnologia nel loro articolo “The digital persona” in Papers of Dialogue n.2-2013. Ringrazio inoltre per le citazioni tratte da The Digitally Divided Self.

Internet e l'Io divisoInternet e l’Io diviso. La consapevolezza di sé nel mondo digitale è disponibile in libreria. Di nuovo, un grazie a Stefano Mauri, Michele Luzzatto, Bernardo Parrella e ai collaboratori di Bollati-Boringhieri che hanno reso possibile l’edizione Italiana.

Introduzione

Come accade a molti al giorno d’oggi, sia la mia vita personale che quella professionale sono permeate di tecnologia. Ho pubblicato da editore il primo libro su Internet in Italia. Gestisco un due blog e una rivista web, curo i miei investimenti e faccio shopping online; uso Skype e la posta elettronica per le interviste, e mi sono persino concesso diverse sedute di sesso virtuale. Ora mi trovo in Asia impegnato nella stesura di questo libro, zeppo di riferimenti ad articoli web, blog e materiale reperibile solo su Internet, con l’auto di vari collaboratori online: un redattore e curatore in California, un revisore in India, un designer in Italia, un servizio stampa e distribuzione in diverse città statunitensi. La mia vita è immersa nell’oceano digitale.

Seguo da vicino il mondo dell’information technology da quando ero studente. Mentre imparavo a meditare e a esplorare i percorsi di conoscenza spirituale, sono poi entrato in contatto con la realtà interiore e ho scoperto un’altra dimensione oltre a quella della mente. Così oggi mi trovo a passare continuamente dall’elaborazione della consapevolezza a quella dell’informazione. Se all’inizio il mio interesse riguardava ciò che possiamo fare con la tecnologia, ora mi premono gli effetti della tecnologia su di noi. E da esploratore di prima mano, ho avuto modo di osservare da vicino le sottili conseguenze del nostro uso pervasivo della Rete.

Proprio come un ricercatore spirituale riesce a trascendere i confini della mente solo dopo averla osservata e compresa a fondo, per andare al di là delle trappole del mondo digitale bisogna prima conoscerlo, usarlo attivamente e comprenderne appieno gli effetti. Poiché oggi la tecnologia digitale è pervasiva, dobbiamo imparare a padroneggiarla senza perderci al suo interno, adoperandone gli strumenti in piena consapevolezza.

In questo periodo storico, la nostra mente è bombardata da stimoli, perciò diventa indispensabile trovare un equilibrio. La cultura contemporanea non riconosce nulla al di là della mente, mentre in altre tradizioni il mondo mentale è solo uno degli aspetti della nostra interezza. In occidente la priorità spetta a una sorta di «pensiero puro» cartesiano. Pur essendo indubbiamente l’organo cognitivo più riconosciuto come tale, la mente non è certo l’unico. Sono stati individuati dei sistemi nervosi sia nel cuore che nell’addome, mentre la consapevolezza globale raggiunta da chi si dedica alla ricerca spirituale è pervasiva e non localizzata. Tuttavia, queste facoltà percettive, non prestandosi a una rappresentazione digitale, vengono spesso relegate ai margini.

La nostra società tecnologica sembra opporsi all’attenzione cosciente continuata. Diversi studiosi hanno documentato gli effetti dell’information technology sulla concentrazione, sull’apprendimento e sulle capacità intellettuali. L’information technology interferisce anche con gli spazi di silenzio indispensabili per osservare le nostre trasformazioni interiori. La tecnologia ha indebolito la nostra capacità di auto-comprensione, trasformandoci, a nostra insaputa, in veri servomeccanismi. La tendenza a ridurre la gamma delle qualità umane per privilegiare solo quelle che si prestano a rappresentazioni e utilizzi in modalità digitale affonda le sue origini nella natura propria della mente-ego – in particolare nella storia occidentale, che ha generato, e poi avvalorato, le rappresentazioni mentali della realtà. Il mio intento qui è comprendere come mai la mente si lasci ammaliare da questi strumenti, fino al punto di dimenticare la persona che li usa.

Siamo convinti che l’uso dei social network e dei blog conferisca potere personale e politico. Ma in realtà, i nostri «contenuti generati dagli utenti» nutrono la macchina e divengono ghiotto materiale per qualche pubblicitario senza scrupoli che poi sfrutterà al meglio quel che andiamo dicendo su Twitter, Facebook e finanche nelle nostre email.

È necessario un passaggio dall’informazione alla comprensione del Sé se vogliamo riconquistare la libertà autentica, affrancandoci dai condizionamenti della mente e dalla manipolazione dell’informazione, indipendentemente dal fatto che sia stata generata da noi stessi o da fonti esterne. Confondiamo la libertà con la trasmissione di gigabyte di dati.

Sembra che la nostra società, così tecnologicamente sofisticata, sia poco disposta ad accettare le dimensione interiore, spirituale e metafisica della vita. In altre parole, non vale la pena esplorare quanto non può essere quantificato – che di conseguenza risulta «non oggettivo». Ancora più fortemente negata appare l’ipotesi di un possibile impatto della tecnologia sulla psiche. I tecnofili sostengono che questa sia solo uno strumento, come se la psiche possa rimanere immune dalla continua interazione con i media digitali, e come se fosse possibile tenerne sotto controllo l’impatto. Certo, siamo in grado di controllarne gli effetti, ma solo dopo aver approfondito proprio quelle modalità cognitive che i media digitali non sono in grado di raggiungere.

Per essere immuni ai media digitali occorre una consapevolezza vicina a quella del Buddha, basata su attenzione costante, presenza mentale e introspezione. Ma proprio queste doti, le vere armi contro l’automatismo mentale, diventano difficili da sviluppare se accettiamo di essere bombardati da informazioni – per lo più effimere e vuote, nonché prive di contesto narrativo. Solo la consapevolezza può dare significato e profondità ai contenuti, ma per amplificarla dobbiamo svuotare la mente. Prendiamo la storia del professore universitario che si recò da un maestro Zen per apprenderne i princìpi. Durante il loro incontro, venne servito del tè. Impugnata la teiera, il maestro continuò a versare, anche quando la tazza era ormai colma. La mente del professore, proprio come la tazza straripante di tè, era zeppa di concetti e convinzioni: andava prima svuotata per comprendere lo Zen. Lo stesso vale per il mondo digitale.

Ovunque nel mondo, quando usiamo Internet facciamo click sulle stesse icone, usiamo le solite abbreviazioni per email e chat, adoperiamo identiche modalità su Facebook. Una vera e propria globalizzazione delle menti. A prescindere dai contenuti, nel processo di digitalizzazione della realtà utilizziamo gli stessi canali mentali limitati, e interagiamo con strumenti identici. Affrontiamo il lavoro, la vita sentimentale, lo shopping, le amicizie, l’attrazione sessuale e la ricerca scientifica con atteggiamenti, gesti e meccanismi analoghi. Un’uniformità che svilisce gran parte di queste attività. Tutto viene percepito come un sistema informativo – dalla digitalizzazione del territorio (Google Earth e software di realtà aumentata) alla biologia umana.

Nella cultura giudaico-cristiana l’essere umano è padrone di natura e materia. Può manipolarle a piacimento, alla ricerca del Buono, nella speranza di riconquistare la perfezione del Paradiso perduto. Questa cultura, che considera i miracoli come una prova dell’esistenza di Dio, ha creato delle tecnologie che hanno qualcosa di prodigioso e di divino. Ci sentiamo obbligati ad accogliere ogni nuovo strumento tecnologico come un segno di pace, progresso, prosperità e comprensione reciproca.

Basti pensare a telegrafo, telefono, radio, TV e agli altri media, salutati come manifestazioni di democrazia, pace mondiale, tolleranza e libertà d’espressione. E Internet non è che l’ultimo di questi promettenti messia. Eppure non possiamo certo dire di aver conquistato una maggiore democrazia, anzi: i mezzi di comunicazione di massa e le grandi aziende sono diventati finanche più potenti, mentre la contempo la libertà di espressione si è arresa al controllo delle grandi corporation e delle agenzie governative. Al pari della TV, Internet regalerà intrattenimento a un pubblico che, isolato nelle proprie case, sarà incapace di mettere in dubbio il sistema. In una società in pieno degrado economico e ambientale, Internet potrebbe già essersi imposta come il nuovo Soma, l’oppio di ultima generazione. Tuttavia, visti gli enormi interessi economici in ballo, criticarne gli effetti sembra quasi una bestemmia.

Questi prodigi tecnologici sembrano offrire una risposta a bisogni psicologici e persino spirituali, come il desiderio di conoscenza (basti pensare ai motori di ricerca) o di comunicare con nostri simili (tramite i social network e i siti di incontri romantici). La tecnologia digitale si è già impadronita della ricerca della verità e dell’amore, due dei motori più potenti dell’essere umano. Ma una volta trasferiti questi bisogni primordiali solo a livello mentale, tramite l’informazione, l’anima rimane vuota, assetata di valori autentici; la mente diventa irrequieta, tormentata da una costante e inappagabile sete di informazione.

Il bisogno di amplificare le nostre facoltà con la tecnologia viene dalla consapevolezza di dover recuperare il senso di pace, di appagamento e di intensa percezione della realtà, smarriti lungo il cammino dello sviluppo psichico. Le tecnologie dell’informazione soddisfano inoltre la nostra atavica sete di potere e di controllo.

La mente-ego è costantemente impegnata dal flusso ininterrotto di contenuti, e monopolizza tutta la nostra attenzione. E l’information technology è indubbiamente il «pusher» mentale più potente mai esistito, in grado di alimentare la dualità della mente-ego (che trova un corrispettivo simbolico nella tecnologia binaria). A differenza della televisione, dove l’intrattenimento è contenuto tra l’inizio e la fine di un programma, Internet, video game e smartphone non hanno né pause né limiti strutturali, e ci fanno perdere la nozione del tempo e del reale, travolgendoci con un fiume di informazioni in ?tempo reale”.

Rimaniamo stregati dal computer mentre questo riflette in Rete la nostra mente. Proprio come Narciso, ci lasciamo ammaliare dall’immagine riflessa, e cadiamo vittime di un circuito chiuso. Fin dai suoi albori, Internet è stata considerata una tecnologia in grado di spazzar via interi governi e organizzazioni: forse la proiezione esteriore di quanto potrebbe accaderci interiormente, la mancata integrazione della nostra psiche.

Una realtà che ci siamo costruiti da soli e una mente che ci porta fuori strada: è qui che la meditazione ci viene in soccorso. Ci riporta verso la realtà e la verità, sul sentiero della conoscenza e del controllo della mente – distogliendoci dal desiderio di dominare il computer come esternalizzazione delle nostre doti mentali. La meditazione amplifica le nostra consapevolezza e ci integra nell’altra «Rete» globale, quella fatta di consapevolezza che permea ogni cosa.

Sono favorevole a qualsiasi medium capace di espandere le capacità espressive, ma l’auto-espressione si materializza soltanto in presenza di un Sé autentico, che difficilmente può essere formato relazionandosi con uno schermo.

Sono riconoscente ai miei maestri spirituali, che hanno ampliato gli orizzonti dell’anima nel mio viaggio verso la consapevolezza – soprattutto l’intensità di Osho e la brillante chiarezza di A. H. Almaas Ringrazio infine i miei amici (troppi per elencarli tutti) per le innumerevoli conversazioni tese a integrare cuore e intelletto nel condividere la passione per la verità.

Indice

Capitolo 1. Dalla consapevolezza della tecnologia alla tecnologia della consapevolezza

I limiti della tecnologia, 18
Ciò che non è computabile non è reale, 21
Le promesse della prima Internet, 23
Dall’elaborazione dell’informazione all’elaborazione della consapevolezza, 24
Passare tutto al tritacarne digitale, 25
La tecnologia non si discute, 26
La tecnologia ci usa, 29
Nutrire l’anima con i byte, 30
La mente immortale, 31
Amputazioni e protesi interiori tramite la tecnologia, 32
La fragilità delle convinzioni e l’information technology, 33

Capitolo 2. «È solo uno strumento»

La tecnologia è inoppugnabile, 37
Conoscere tramite il corpo, 38
La tecnologia «ci fa», 39
La tecnologia è una questione di vita o di morte, 40
Dualità binaria e dualità interiore, 41
Conoscere con il cuore, 42
L’identità con gli strumenti: dalle scimmie al chip, 45
Riconnettersi con il flusso interiore, 46
Da spettatore a testimone, 48
Buchi interiori e riempiture tecnologiche, 49
Pensiero puro senza il corpo, 52
Strumenti per la crescita interiore, 53
La mente è un medium in quanto tale, 56
L’information technology indebolisce la nostra presenza, 59

Capitolo 3. Le radici dell’information technology
Costretti a produrre, 62
L’information technology è radicata nella Bibbia, 63
La tecnologia come ritorno alla perfezione perduta, 65
Messaggi contraddittori mandano in corto circuito la psiche, 67
Figli di un Dio minore, 68
La tecnologia come salvezza finale, 69
La natura della mente, 70
Le macerie concettuali portano alla tecnologia come collante psichico, 72
La ricerca dell’immortalità, 73
Copiare, migliorare e creare nuove menti, 75

Capitolo 4. Intimità e sessualità
L’eros e la sessualizzazione della società, 79
Il cybersesso, 81
La trasformazione della seduzione e delle relazioni interpersonali, 81
Masturbazione e “sex toys”, 82
Orgasmo 2.0, 85
Le cybervergini, 87
Questioni di genere e virilità in pericolo, 90
L’esposizione prematura alla pornografia, 91
Cybersesso come esperienza tantrica, 92

Capitolo 5. Beni di consumo e commercializzazione
Sostituire il reale, 96
iMarket, 97
Il mondo nuovo, 99

Capitolo 6. Politica, partecipazione e controllo
I manovratori della nostra psiche, 103
Governi e controllo, 104
Pubblicità e attenzione, 106
La questione della privacy, 106
WikiLeaks, 111
Invadere la nostra identità digitale, 111
L’attivismo da salotto, 114
Il geek e lo yogi, 116

Capitolo 7. Tutti insieme: l’ascesa dei social network
Rinunciare al mondo, 118
Il bisogno interiore di contatti umani e Facebook, 120
Fare esperienze per mostrarle agli altri, 121
L’empatia, 122
Contatto illusorio, 125

Capitolo 8. Ragazzi digitali
Lo sviluppo del Corpo/Mente durante l’infanzia, 126
L’infanzia negata, 128
Computer e istruzione, 129
L’assenza di mentori, 130
Bambini e computer, 131
Bambini insonni, 134

Capitolo 9. Alfabetizzazione e mente analitica
Capacità analitiche e critiche, 139
Una nuova alfabetizzazione tramite gli e-book?, 141
La «tecnologia» della lettura, 143
La scrittura digitale, 144
La comunicazione e la trasformazione della coscienza, 146

Capitolo 10. Persi nella corrente
Dammi attenzione!, 149
Il fascino delle novità e della diretta infinita, 151
La gratificazione immediata, 152
Mutamenti neurologici e gratificazione istantanea, 154
L’accettazione del vuoto e l’effetto eureka, 155
Rimanere nel giro, 157
Cogitus interruptus a causa del multitasking, 159
L’assenza di storia, narrazione e passato, 162
La dipendenza, 164

Capitolo 11. L’Io digitale diviso
L’attenzione, 171
La costruzione del Sé, 172
Sviluppo tecnologico come metafora di quello psicologico, 177
L’attaccamento alla macchina, 180
L’esigenza di rispecchiarsi negli altri, 181
Il castello di sabbia si smonta: verso una personalità schizoide, 182
L’altro come immagine e il tribalismo globale, 186
La mente stessa è un medium, 189
La fine dell’identità, 191

Capitolo 12. Il processo della conoscenza
Il regno dell’oggettività, 195
Unificare la conoscenza esterna con quella interiore, 198
Lo stato di non conoscenza, 202
Possiamo conoscere con il cervello?, 206

Capitolo 13. Dalla tecnologia al paradiso in terra
La creazione della coscienza, 210
Tecnologia a supporto dell’ego, 213
La tecnologia ci fa dimenticare chi siamo, 216
Sparire nella tecnologia, 219
Poteri spirituali tramite la tecnologia, 220
Siamo forse delle macchine?, 221
La volontà di creare mondi mentali, 224

Capitolo 14. Mordere il serpente
Uscire dal giro, 228
Schermi e meditazione a confronto, 230
La meditazione, 234
L’information technology si contrappone alla meditazione, 236
La tecnologia diventa un ulteriore velo di Maya, 238
Bibliografia

L’edizione Italiana di “The Digitally Divided Self” verrà pubblicata ad Aprile 2013 da Bollati-Boringhieri.

L’edizione Italiana di “The Digitally Divided Self” verrà pubblicata ad Aprile 2013 da Bollati-Boringhieri.

L’edizione Italiana di “The Digitally Divided Self” verrà pubblicata ad Aprile 2013 da Bollati-Boringhieri.

Alcuni potrebbero sorprendersi di una tale affermazione. La tecnologia è naturale nel senso che amplifica la tendenza naturale della mente di essere stimolata in continuazione da eventi esterni. L’introspezione, la meditazione e il silenzio della mente sono tra le esperienze più innaturali per la mente-ego.

L’evoluzione “naturale” della psiche crea, al più, un ego solido e sano. Portarsi oltre questo stato dell’essere richiede parecchio lavoro che non è propriamente “naturale”, soprattutto nella direzione di un’attitudine verso l’osservazione chiamata meditazione. Gli strumenti tecnologici sono più congeniali per la mente rispetto alla meditazione. Attraverso la tecnologia possiamo anche scrivere di meditazione nei nostri blog (cosa che faccio e di cui sono consapevole della contraddizione) e sui social networks (che evito). Alimentando la mente in diversi modi non rischiamo mai di abbandonare la nostra identificazione con i contenuti della stessa.

Staccarsi dal chiacchierio della mente è una delle attività più innaturali per un essere umano. L’information technology alimenta le menti con informazioni, un prodotto che la mente ama sgranocchiare, e con idee, concetti, emozioni e convinzioni, mantenendo così la mente-ego al centro dell’attenzione.

La tecnologia è naturale per la mente-ego, il livello in cui l’umanità si identifica in questa fase storica. La tecnologia digitale-binaria riflette perfettamente la dualità della mente, dove la modalità o-uno-o-l’altro viene riflessa anche nel funzionamento interno dei computer.

La società dell’informazione, arrivata al cumine di un lento processo storico, probabilmente durerà un lasso di tempo inferiore all’era industriale. Se dovessimo seguire il sistema esoterico dei sette corpi, il passo successivo al piano mentale è quello della consapevolezza, dove la mente viene osservata, conosciuta ed esplorata dall’interno.

Il web semantico, talvolta chiamato Web 3.0, è il primo passo verso la meta-informazione, verso un’auto-conoscenza dell’informazione che simula, seppur limitatamente al piano mentale, l’attitudine verso l’osservazione tipica dell’esplorazione interiore.

The Digitally Divided Self : Relinquishing our Awareness to the Internet  e’ in traduzione per Bollati-Boringhieri. L’edizione Italiana e’ prevista in libreria per Aprile 2013.

Laura (ma il nome è di fantasia) è una mia amica. Ha una laurea, ha militato in politica quando era più giovane, ha una casa piena di libri che in buona parte ha letto, aveva un marito che ha lasciato per un altro uomo quando ha cominciato a sentirsi vecchia e ora, non so, forse ha degli amanti. Insomma Laura ha avuto e ancora ha una vita intensa.

Ma qualcosa non torna. Ogni mattina scrive “buongiorno” e ogni sera “buonanotte” su Twitter e di rimbalzo anche su Facebook, e durante il giorno commenta in tempo reale con pensieri irrilevanti le sue attività. Cercare il link giusto da postare sulla sua bacheca online sembra essere diventato per lei tanto importante quanto prendersi cura della propria igiene personale.

È caduta anche nella trappola dei talkshow, specie quelli furbi pensati apposta per gli utenti come lei (che mai guarderebbero “L’Isola dei Famosi” ma che non si perdono una puntata di “Che tempo che fa”…), e mentre guarda la televisione commenta in tempo reale sui social network quello che il conduttore e l’ospite dicono, come se il suo cervello fosse collegato a internet a sua insaputa o come se la sua opinione fosse richiesta da una platea che la segue con attenzione… ma dall’altra parte del suo iPhone non c’è nessuno o, per meglio dire, ci sono milioni di altri naufraghi che, come lei, gridano aiuto alla deriva nel vuoto cosmico della modernità.

Carla è un’altra amica. Ricordo come compativa Berlusconi quando, ai tempi, trapelò la notizia che faceva sparire da tutte le agenzie fotografiche d’Italia le foto che lo ritraevano in pose sbilenche o con smorfie buffe… “che uomo ridicolo e patetico”, diceva. Oggi anche Carla è su Facebook. Ha postato oltre 100 foto che la ritraggono in tutte le situazioni (dal bichini al tailleur), e si capisce lontano un miglio che sono foto scelte per trasmettere di lei l’immagine più fresca e appetibile possibile, sebbene sia una donna di mezza età e abbia una famiglia.

Primi piani studiati allo specchio, pose che simulano spontaneità ma che sono invece calcolate per mostrare ad arte le forme del suo corpo, sguardi intensi che vogliono comunicare dal monitor dio solo sa cosa, scatti che si capisce benissimo sono stati accuratamente selezionati fra migliaia di altri per trasmettere una falsa immagine di sé… proprio come Berlusconi, che tanto la faceva indignare… ai tempi…

Laura e Carla non sono una eccezione. Oggi sono la norma.

Dalla patologia come forma di comunicazione siamo approdati nel giro di qualche anno alla situazione contraria.

Negli ultimi anni i manuali di medicina si sono dovuti aggiornare  per includere le molte Laura e Carla in quelle che ora vengono definite le “nuove sindromi da addiction”, ossia la dipendenza senza sostanze, qualcosa che dovrebbe avere a che fare più con la psicologia che con la patologia, ma pare che l’approccio psicologico non dia i risultati sperati, perché tali comportamenti presentano le stesse caratteristiche della dipendenza fisiologica da sostanze: l’evoluzione ad escalation della cattiva abitudine, il malessere che subentra nell’interrompere il comportamento, l’incapacità di temperare tali impulsi… e pertanto l’unica opzione che resta è trattare questi comportamenti come malattie vere e proprie, con adeguate terapie farmacologiche.

Personalmente sono contro ogni forma di approccio chimico ai problemi dell’anima, quindi non suggerirei mai e poi mai alle mie amiche di cui sopra di farsi prescrivere qualche farmaco di nuova generazione dal loro medico per riuscire a comprendere quanto è insidioso il sentiero che stanno percorrendo… ciò non toglie che bisogna ammettere che nessun approccio di tipo umanistico è realmente in grado di frenare comportamenti sociali, neppure quando incredibilmente stupidi o alienanti o distruttivi, se questi affondano le radici nello spirito del tempo.

Ad esempio, a limitare l’uso dell’automobile non sono stati i dati allarmanti sull’inquinamento; la devastazione dei centri storici che è sotto gli occhi di tutti; l’aumento spropositato di strade, autostrade e parcheggi a discapito di aree verdi e ambienti naturali; il numeri di morti e feriti in incidenti pari a quello di una guerra mondiale; la consapevolezza che intorno al petrolio ruotano alcuni dei più efferati crimini contro l’umanità… a limitare l’uso dell’automobile è stato l’aumento del prezzo della benzina: è solo il fatto che un litro di benzina costi veramente tanto che ha scoraggiato gli individui dal ricorrere all’auto per ogni spostamento.

Gli imperativi rivolti all’etica, alla morale, alla solidarietà, all’ecologia, e a tante altre belle ideologie servono a poco o nulla ai fini del ridimensionamento degli aspetti insidiosi della modernità. Anche essere iperattivi nei social network, fintanto  che sarà coerente con il modello sociale in voga, pur essendo una grave forma di riduzione del Sé e una patologia socio-sintonica, impedirà alle persone di percepirsi come portatrici di un disturbo, di un problema, di un deficit affettivo… “Il vivere all’interno di una cornice culturale e di una pressione sociale dove governano l’immediatezza, l’apparenza, il “vincere facile”, il “qui e ora”, non può e non poteva che portare a forme di patologie coerenti e governate dalla incapacità/impossibilità di contenersi, dalla necessità di soddisfare ogni desiderio e piacere”, fa notare Mauro Croce (1).

Fra le nuove pulsioni create da questo modello sociale c’è l’ossessione per il riconoscimento sociale. Oggi molto più che in passato le persone vogliono essere notate, vogliono essere ammirate e desiderate, vogliono essere sempre al centro dell’attenzione. Perché? Perché sì. Perché questo è riconosciuto come il principale parametro sociale per misurare il proprio valore, e questa idea si è infiltrata talmente in profondità che persino l’autocoscienza e la percezione di sé si basa più sulla visibilità sociale che sulla propria vita reale.

Non è più una questione di narcisismo o di volontà di potere, siamo andati oltre, sta diventando una questione di valori esistenziali, la sorgente da cui scaturiscono le motivazioni per continuare a vivere; ovvero non è più solo una parte della popolazione ad agire (sgomitando, vendendosi, corrompendo…) per cercare di salire quanto più in alto possibile nella scala gerarchica basata su soldi, fama e potere, ma ora questa aspirazione si è diffusa anche fra le persone normali, nate senza una ipertrofia dell’ego.

La spettacolarizzazione del corpus sociale ha fatto credere che non esistono alternative, che non ci sono altre vie: visibilità e autostima coincidono; il successo legato alla visibilità attesta che la propria vita ha un senso, mentre senza visibilità vengono meno anche le motivazioni per agire e il motore che spinge il nostro essere rallenta, perde giri…

Chi potere e successo ce l’ha davvero lo lottizza e lo monopolizza; chi invece non ce l’ha lo simula, per esempio con l’attivismo compulsivo in rete; adottando qualsiasi prodotto o stile di vita che rappresenta la tendenza del momento; consumando la produzione (commerciale ma anche culturale) dei personaggi mediatici e delle star sulla cresta dell’onda… questi sono tutti tentativi di far credere a sé stessi e agli altri che non si è emarginati, che si ha uno spessore sociale rilevante e dunque un alto potenziale intellettuale, che si è proprio al centro del flusso degli eventi, che non si è insomma degli invisibili, degli sfigati.

Essere modaioli non è un complimento e a nessuno piace riconoscersi come tale, eppure allontanarsi dalle mode sociali dominanti risulta impossibile a molti, perché lo avvertono come una perdita di significato della propria vita, e perdendo questo perdono anche la voglia di viverla. Si arriva persino all’eccesso: se i media danno la notizia di un suicidio, ovvero lo spettacolarizzano, subito dopo c’è un picco degli emuli, soprattutto fra i giovani, che subiscono il fascino della glamourisation del gesto suicidale.

“Viviamo nella dimensione dell’anticipazione dei desideri. I desideri non nascono più da pulsioni interne, ma dalla scelta delle soluzioni fornite dall’esterno. Viviamo nell’eccesso: eccesso di mezzi, di strumenti, di ignoranza. Il risultato è incomprensione della realtà, incomprensione di noi stessi, incomprensione.” dice Claudio Misculin, artista che lavorando con i matti ha orizzonti mentali assai più aperti di chiunque altro (2).

Il grande inganno di quest’epoca è dunque proprio questo: quanto più si adottano gli stili di vita dominanti, tanto più si è in grado di dare un significato alla propria vita.

E se le tendenze sociali dicono che il modello vincente è uno e uno soltanto (per esempio: giovane, magro, bello, ricco, famoso…) non c’è scampo alla disillusione di sé e alla perdita di motivazione esistenziale quando da tale modello si è lontani (non meglio, non peggio: lontani), e questo accade nella stragrande maggioranza dei casi, perché la natura non è così stupida da farci tutti uguali.

È il principio di fondo della teoria ariana nazionalsocialista: gli ariani sono la razza vincente, tutte le altre sono perdenti e come tali inutili, da scartare, da eliminare, da incenerire…

In un mondo in cui solo una minima parte sono alti, biondi e con gli occhi azzurri bisognerebbe impedire che passi l’idea che le opportunità debbano essere date solo a quelli alti, biondi e con gli occhi azzurri. Invece è esattamente quello che è accaduto in quest’epoca. Gli “attributi ariani” oggi hanno a che fare più con il riconoscimento sociale che con il colore degli occhi, più con la visibilità mediatica che con la forma degli zigomi… ma la sostanza non cambia: i non-ariani sono isolati, allontanati dai salotti nobili della società, deprivati di qualsiasi opportunità a cui pure avrebbero diritto in virtù dei loro meriti effettivi per far spazio ai membri che appartengono alla giusta “razza”: i parenti di, gli iscritti a, gli amici di, gli appartenenti a, i confratelli con..

Per tutti gli altri, ossia per il 99% della popolazione, non c’è posto nella vita sociale e culturale del Paese, non importa quali meriti e talenti abbiano: si accomodino pure su Facebook per favore, e non rompano i coglioni.

Aver concesso a delle èlite di governare la società, significa aver lasciato che si formasse una società su base elitaria. Oggi questo boomerang sta tornando indietro e gli effetti sono che la solitudine e il tedium vitae stanno diffondendosi a macchia d’olio, e non perché sono le pulsioni più forti dell’animo umano, bensì perché sono stati annichiliti i loro naturali antidoti: la capacità di provare interesse per il mondo circostante, di coltivare una rete relazionale locale, di sopportare un po’ di fatica e sofferenza (inevitabili e congenite alla natura stessa della vita), di accettarsi per come si è, di trarre piacere da ciò di cui disponiamo realmente… insomma l’incapacità di vivere nella realtà.

E non a caso uno dei business più fiorenti in quest’epoca di smarrimento è qualcosa che vent’anni fa neppure il più cinico profeta del futuro avrebbe potuto immaginare: i social network, ossia un nuovo mercato che gestisce le relazioni sociali e amicali. Questo mostra chiaramente ciò che Jean Baudrillard ha indicato essere la conseguenza più grave della postmodernità: l’uccisione del reale.

Chi ha abbassato la guardia e si è lasciato sedurre dagli abili manipolatori sociali, ora si trova senza le naturali risorse di rigenerazione del Sé di cui l’anima – ogni anima – dispone, e compie il primo passo verso quelle che il filosofo canadese Ian Hacking ha definito “malattie mentali transitorie”, ossia comportamenti deviati non a causa di una effettiva patologia insita nell’individuo, ma della sua incapacità a sottrarsi a condizioni di vita contestuali e storiche che generano, appunto, stati mentali patologici. Ripristinando una condizione equilibrata di vita, si ripristina la salute mentale del soggetto.

Bene, ora la domandona finale: come fare a ripristinare condizioni di vita salutari e appaganti – almeno per sé se non per l’intera comunità – che inducano spontaneamente ad allontanarsi dalle patologie sociali e riappropriarsi della propria identità?

Note

1 – “Consuma senza limiti, ma con moderazione”, di Mauro Croce, pubblicato sul numero 255 agosto/settembre 2011 di “Animazione Sociale”.

2 – Tratto da “Noi, gli errori che permettono la vostra intelligenza” di Claudio Misculin, pubblicato su “Communitas” n. 12/2006.

Originalmente pubblicato su Ellin Selae n. 107

Negli ultimi anni, per varie ragioni, mi sono trovare ad inscatolare i miei libri in diverse occasioni (anche solo per spostarne una parte in cantina quando stavano invadendo la casa). Avendo migliaia di libri, significa tanto lavoro e scatole pesanti da maneggiare.

Se tutti i miei libri si trovassero in formato digitale all’interno di un lettore ebook, il peso totale sarebbe insignificante e potrei accedere a tutta la mia biblioteca ovunque mi trovassi. Inoltre potrei liberare spazio in casa. Ciò nonostante, non rimpiango di aver acquistato e di aver trasportato i miei libri stampati.

Recentemente ho voluto provare a leggere su ebook invece che su carta, in particolare durante gli spostamenti. Però alla fine ho acquistato anche la versione stampata, non tanto per una visione nostalgica dei libri, ma perchè con il lettore digitale non potevo immergermi nella lettura. Sono ritornato alla carta anche se questo comportava portarmi del peso avanti e indietro tra viaggi e spostamenti.

I libri stampati offrono un grado di libertà che non è stato ancora superato dalle tecnologie digitali. Ora che sta arrivando l’estate, posso lasciare i miei libri cartacei in spiaggia senza timore che possano essere danneggiati dalla sabbia, da una palla o che vengano rubati. Una bibita o altri liquidi possono macchiare un libro ma questo non potrà essere danneggiato più di un tanto.

Un bimbo che gira intorno ai libri stampati non rappresenta un problema. Il bimbo potrà forse strapparne alcune pagine, sporcarlo o camminare sul libro, oppure usarlo come un giocattolo, ma la funzione del libro rimane. Un libro cartaceo, in quanto tecnologia “analogica”, degrada con grazia, mentre le tecnologie digitali o funzionano o non funzionano.

Leggere un libro stampato al sole è meglio che leggerlo su uno schermo, nonostante i migliori sviluppi nenella tecnologia degli schermi.

Se e quando l’elettricità verrà interrotta a causa dei problemi legati all’energia, e non potrò ricaricare i miei gadget elettronici, i miei libri saranno ancora disponibili per essere letti.

Se il guasto di un solo componente elettronico rende l’intero lettore ebook inservibile, i libri di carta saranno ancora lì, anche se un po’ ingialliti, umidi o con pagine sciupate.

Se non potrò permettermi di acquistare gli ultimi, sempre più sofisticati iPad o Kindle, i miei libri stampati non necessiteranno di alcun upgrade.

Quando i metalli rari necessari per l’industria elettronica saranno finiti, stampare un libro costerà meno del suo corrispondente elettronico, se consideriamo anche il costo dell’hardware. La carta e’ una risorsa altamente rinnovabile se utilizzata con i giusti criteri.

Poche aziende controllano il mercato degli ebook ed i governi sono in grado di conoscere e potenzialmente di controllare i libri che leggiamo decidendo ciò che è buono e ciò che non lo è interferendo con i nostri upload. Se arriviamo a questo, sarò ancora in grado di leggere i miei libri preferiti. Libri proibiti o controversi sono sempre stati disponibili anche sotto ai regimi più repressivi (tuttavia con maggiori difficoltà), mentre i formati elettronici possono essere tracciati e bloccati con facilità.

I libri stampati devono essere semplicemente portati con sè, mentre un lettore elettronico richiede più conoscenze tecniche, elettricità o batterie, cavi e spesso una connessione Internet.

I libri stampati invecchiano insieme a me, mentre un lettore ebook diventa obsoleto e necessita di essere rimpiazzato ad intervalli regolari.

I libri stampati non lampeggiano, non richiedono Internet, non mostrano le note e i commenti delle altre persone, non si connettono con i social networks dei lettori, non parlano, e non fanno nient’altro che essere letti.

Quindi le parole che escono da un libro stampato possono riverberare internamente a causa del vuoto circostante, come il battito di un tamburo ben accordato.

Ospito con piacere un estratto dall’ultimo libro di Enrico Manicardi, “L’ultima era”, pubblicato da Mimemis Edizioni, acquistabile anche presso il sito www.enricomanicardi.it

«La tecnologia che promette di liberarci in realtà ci rende schiavi regolando le nostre attività in, e attraverso, lavoro e tempo libero; macchine e fabbriche inquinano i nostri ambienti e distruggono i nostri corpi; i loro prodotti ci offrono l’immagine della vita reale invece della sua sostanza»  Aufeben, n.4, estate 1995.

Nel mondo delle macchine, stiamo diventano macchine a nostra volta. Come tanti automi telecomandati siamo chiamati soltanto a seguire le istruzioni che ci vengono impartite e ad adempiere ai comandi imposti. In un concetto, dice bene Umberto Galimberti, nel mondo delle macchine siamo tutti chiamati a funzionare, proprio come funzionano le macchine.

Non c’è un dittatore umano che ci costringa a trasformarci in congegni dal rendimento utile, è la mentalità che abbiamo acquisito che ci dirige: la nostra educazione, la nostra istruzione, la nostra accettata libertà vigilata, i nostri sbrigativi rapporti con gli altri (e con noi stessi), la nostra indotta convinzione di non poter fare altrimenti. L’inganno che ci confina al ruolo di cinghie di trasmissione del Grande Motore, trova nell’ideologia della Macchina la sua stessa natura svelata, persino etimologicamente.

Il termine “macchina”, notava Remo Bodei (1), deriva proprio dalla parola greca mechané, che significa “inganno”, “artificio”, “astuzia”. «Testimonianza dell’antica illusione che si possa trasformare l’ambiente eludendone le leggi» (2), la macchina è il risultato della manipolazione della Natura finalizzata a sovvertirne il corso per porla al servizio degli scopi stabiliti dagli umani. «Preposta alla costruzione di entità artificiali, di trappole tese alla natura per catturarne l’energia e volgerla in direzione dei vantaggi e dei capricci degli uomini», la macchina appartiene «al regno dell’astuzia e di ciò che è “contro natura”», ne ha concluso il celebre filosofo della scienza italiano (3). Continue Reading »

Sono felice di recevere il premio letterario The IndieReader Discovery Awards nella categoria Psychology per The Digitally Divided Self: Relinquishing our Awareness to the Internet. La giuria, formata da professionisti del mondo editoriale , ha annunciato i vincitori alla Book Expo America (BEA) a New York.

Inoltre, The Digitally Divided Self verrà tradotto in Italiano e pubblicato da Bollati Boringhieri editore nella collana Saggi Psicologia, con il titolo “Il sè digitale diviso”. Sono onorato dal fatto che l’edizione Italiana venga pubblicata da un marchio di tale prestigio e storia.

Un grazie particolare a Stefano Mauri, presidente del gruppo GeMS, che negli ultimi 20 anni ha contribuito instancabilmente all’indipendenza e al rilancio delle case editrice italiane di qualità, oltre che essersi prodigato per la diffusione della cultura libraria e per la difesa della libertà di stampa in Italia. Un ringraziamento anche a Michele Luzzatto di Bollati Boringhieri per aver creduto in The Digitally Divided Self e per il supporto nella definizione dell’edizione Italiana.

Infine, il mio piccolo ebook gratuito Facebook Logout: Experiences and Reasons to Leave it per diverse settimane a Marzo ed Aprile è stato primo in classifica nel Kindle Store di Amazon per l’area General Technology & Reference. Per ragioni fiscali che vanno al di là della mia comprensione, per alcune nazioni Amazon applica una tassa (di poco meno di un Euro, a seconda dello stato), mentre su Smashwords è completamente gratuito.

Per svariati impegni in questo periodo non riesco piu’ a gestire la doppia lingua. Poiche’ la maggior parte dei visitatori di questo blog arriva dall’estero, dovendo scegliere, ho optato temporaneamente per una lingua internationale. Credo che la maggior parte dei visitatori italiani di questo sito conosca l’inglese.

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