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Information highways and speed. Chrome for “more,” “new” and “amazing” Web applications

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According to several journalists and bloggers, it seems that the world expansion of Internet broadband would be almost the answer to the world’s problems, involving the right to knowledge, overcoming the digital divide, and the opportunity of spreading human rights.

Is the high-technology version of the same message, of the need to “civilize” the world through Western values and to believe that bringing the market system everywhere will bestow welfare and comfort to everybody? Countries which still havn’t “reached” our standards are called “developing,” as it was unavoidable that they would have to traverse a similar path.

The race for larger bandwidth discriminates between who does and doesn’t have it and affects the development of websites and software which are more and more complex and bandwidth-greedy. Software downloads and updates are quite “heavy”: just think about antivirus updates or operating systems, or the “heaviness” of websites like Facebook.

Often myself being in countries where there is no fast connection to the Net, it becomes impossible to update the operating system and sometimes even to do ordinary activities. My blog itself, quite simple in its architecture, is very slow to initialize with an ordinary connection through a modem. In the good old times in the mid-80s I could let up to five people work at the same time with Unix with terminals through a very humble Intel 8086 processor.

The more the bandwidth expands, the more the Net goes towards the visual and risks seeming like a hyper-TV with a predominance of videos and virtual environments to immerse in, evermore hungry of speed and resources. We get further away from narrative to favor disconnected fragments of information; we get further from words and from a path which goes in depth.

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Per diversi giornalisti e blogger tecnologici sembra che l’espansione mondiale della banda larga di accesso a Internet sia quasi la soluzione ai problemi del mondo, chiamando in causa i diritti  alla conoscenza, il digital divide e le possibilità di diffondere diritti civili.

E’ la stessa retorica, in versione di tecnologia avanzata, della necessità di “civilizzare” il mondo con i valori dell’occidente e di credere che portando il sistema di mercato ovunque questo conferirà prosperità e benessere per tutti. I paesi che non hanno ancora “raggiunto” il nostro standard vengono definiti “in via di sviluppo”, come se fosse inevitabile che prima o poi debbano e vogliano percorrere  un percorso analogo.

La rincorsa alla banda sempre più larga discrimina chi non ce l’ha e porta allo sviluppo di siti e programmi sempre più complessi e avidi di banda. I download dei software e degli aggiornamenti “pesano” parecchio, basti pensare agli aggiornamenti degli antivirus o, peggio, del sistema operativo. O alla “pesantezza” di siti come Facebook.

Trovandomi spesso in nazioni dove non vi è una connessione veloce alla rete, risulta impossibile aggiornare il sistema operativo e talvolta anche svolgere le attività ordinarie. Il mio stesso blog, piuttosto semplice nella sua architettura, è molto lento nella visualizzazione con una connessione ordinaria via modem. Bei tempi quando a metà degli anni ’80  potevo far lavorare fino a cinque persone contemporaneamente con Unix, collegati con dei terminali ad un umilissimo processore Intel 8086.

Più si espande la banda di connessione più la rete va verso il visivo e rischia di assomigliare ad una iper-televisione con una prevalenza di video e di ambienti virtuali in cui immergersi, sempre più famelici di velocità e risorse. Ci si allontana progressivamente dalla narrativa per privilegiare frammenti disconnessi di informazione, ci si allontana dalle parole e da un percorso che entra in profondità.

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As software applications and sites need more power, the more it gets jammed to manage the information. It is just like car traffic. But the solution to car traffic is not about constructing or widening roads. That’s the problem. Expanding the road network feeds only car and truck traffic to the detriment of different forms of transportation and is harmful for the environment. Furthermore, it encourages non-local production of food and goods, and leads to the abandonment of the non-urbanized territory and local traditions.

One of the most acclaimed features of Chrome, the new browser from Google, is, again, speed. Lars Bak, one of the main computer scientists of the Chrome project, said to Wired magazine: “As soon as developers get the taste for this kind of speed, they’ll start doing more amazing new Web applications and be more creative in doing them.” So this better speed is not actually for the sake of having faster access to the existing web, but to create “more,” “new,” and “amazing” Web applications, which probably will eat more bandwidth.

Nothing against new applications in themselves, but it seems that challenging the need to do “more” and “faster” digitally is similar to the challenge of producing faster cars in the early stages of development of the car industry. Childish notions of “more,” “bigger” and “faster” don’t die easily in the collective psyche.

Even when talking about digital technology, the environmental impact of that “more” remains “more” anyway. A faster connection to the Net requires the user having ever-faster computers which can keep up with the growing information stream and, on the server side, powerful data centers which process data on the “cloud.” Chrome itself, if it speeds browsing on one side, requires the user having a computer with more memory on the other side.

Every two years at the most computers have to be changed to keep up with the latest software developments, with an incredible waste of raw materials. The possibility of having many windows open at the same time or of processing video or images incites the whim to buy bigger screens (whose production requires nitrogen trifluoride, or NF3, a greenhouse gas 17,000 times as potent as carbon dioxide), and so on in a new race for “bigger and faster” which traces the addiction to “doing” and producing which has already given bitter results for the planet.

When I look at pictures of kids in the developing world smiling in front of their laptops it reminds me of the priests who took the Bible to “civilize” populations. Bill Gates itself, in his humanitarian efforts, said a few years ago that the problem of developing countries certainly isn’t lack of computers or the Internet but the scarcity of potable water and support for defeating malaria. I thank Uncle Bill for this statement and might even forgive him for pissing me off in years of using his software. Perhaps the problem of those countries is as well of not becoming the poisonous technological dumping ground of a world wanting more power and speed.

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Più le applicazioni software ed i siti necessitano di potenza più si creano degli ingorghi per la trasmissione di quantità di informazioni. E’ come il traffico automoblistico. Ma la soluzione al traffico non è costruire o allargare le strade. Quello è il problema. Espandere la rete stradale alimenta solamente il traffico su gomma a discapito di altre forme di trasporto e devasta l’ambiente. Inoltre favorisce la produzione non locale di cibo e di beni, l’abbandono del territorio non urbanizzato e delle tradizioni locali.

Una delle caratteristiche più elogiate di Chrome, il nuovo browser di Google, è, di nuovo, la velocità. Lars Bak, uno dei progettisti del progetto Chrome, ha affermato in un’intervista alla rivista Wired: “Nel momento in cui gli sviluppatori provano questo tipo di velocità, inizieranno a produrre ulteriori, nuove e sorprendenti applicazioni per il Web e saranno più creativi nel farlo.” Quindi questo miglioramento di velocità non va in realtà nella direzione di dare un accesso più veloce at Web esistente, piuttosto per creare “ulteriori”, “nuove” e “sorprendenti” applicazioni Web, che probabilmente saranno fameliche di maggiore  banda di connessione.

Niente in contrario a nuove applicazioni di per sé, ma pare che il mettere in discussione la necessità di “più” e “più veloce” nel mondo digitale è come aver messo in discussione la necessità di produrre automobili più veloci all’inizio dell’industria automobilistica. Il concetto infantile di “di più”, del “più grande” e del “più veloce” non muore facilmente nella psiche collettiva.

Anche se parliamo di una tecnologia digitale, l’impatto ambientale del “di più” rimane, comunque, “di più”. Una connessione alla rete sempre più veloce richiede da parte dell’utente di avere computer sempre più veloci, che possano stare al passo del crescente flusso di informazioni, e, da parte del server, potenti server con data center che elaborano i dati nel “cloud”. Chrome stesso, se da una parte velocizza la navigazione, dall’altra richiede all’utente un computer con una maggiore dotazione di memoria.

Al più ogni due anni il computer va cambiato se si vuole rimanere al passo con i recenti sviluppi del software, con enorme spreco di materie prime. La possibilità di avere molte finestre aperte allo stesso momento o di elaborare immagini o video stimola anche il capriccio di acquistare schermi più grandi (la cui produzione richiede trifluoruro di azoto, o NF3, un gas serra 17.000 volte più efficace dell’anidride carbonica), e così via in una nuova rincorsa al “più grande, più veloce” che ricalca le dipendenze dal “fare” e dal produrre che ha già dato i suoi amari frutti per il pianeta.

Quando vedo le foto dei ragazzini dei paesi non industrializzati, sorridenti di fronte ai loro piccoli computer portatili, mi fa un po’ lo stesso effetto del prelato che portava la Bibbia per “civilizzare” le popolazioni. Bill Gates stesso, nei suoi sforzi umanitari, ha affermato pochi anni addietro che il problema dei paesi in via di sviluppo non è certo la mancanza di computer o di Internet, ma la carenza di acqua potabile e di supporto per sconfiggere la malaria. Ringrazio zio Bill per questa sua dichiarazione e quasi quasi gli perdono di avermi irritato per anni utilizzando i suoi software. Forse il problema di tali paesi è anche quello di non diventare la velenosa discarica tecnologica di un mondo che vuole sempre più potenza e velocità.

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